Per non dimenticare il resto del mondo

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È il periodo degli auguri, delle speranze di un anno migliore, delle buone intenzioni e delle tentazioni di dimenticare i momenti bui di un 2021 non proprio sereno.

È la coscienza tuttavia di sapere che in molte zone del nostro Pianeta continuano guerre dimenticate che ci induce a “non dimenticare” e a tenere accesi i riflettori su un’attualità che, da varie parti, sembra essersi bloccata, quasi rimasta in sospeso. 

Lo sguardo si concentra, in primo luogo sulla Siria. Sono trascorsi più di dieci anni dall’inizio della guerra e di quel Paese non esiste quasi più nulla. E’ rimasto solo al potere Bashar al Assad, che per quel trono sulle rovine, non ha esitato a sacrificare quasi tutto il suo popolo e a distruggerne il capitale umano, economico, culturale e sociale. Non sono più tanto la guerra civile o i bombardamenti delle  guerre per procura fra grandi potenze che sconvolgono la Siria, ma oggi è la povertà devastante, l’annientamento delle Istituzioni, la mancanza della benché minima speranza nel futuro e la colpevole incapacità della comunità internazionale a condannare il Paese. I processi di pace si sono fermati, arenati a Ginevra e ad Astana e il Consiglio di sicurezza dell’ONU non riesce a superare quei veti incrociati che durano ormai dall’inizio della guerra.

Ma non dimentichiamo nemmeno la guerra civile che infuria da più di un anno a questa parte nel nord dell’Etiopia, dove il conflitto fra l’esercito etiope e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray ha fatto immensi disastri umani, tra violenze, carestie, profughi e distruzioni. Una guerra che il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali, Premio Nobel per la pace nel 2019, aveva voluto per fermare la volontà di indipendenza del Tigray, portando l’Etiopia, il secondo Paese più popoloso dell’Africa, sull’orlo dell’implosione e a destabilizzare l’intero Corno d’Africa. 

Il conflitto è ancora in corso, ma la situazione di catastrofe umanitaria che sta vivendo la popolazione del Nord del Paese in particolare, sembra aver fermato in questi giorni l’intensità degli scontri per permettere l’apertura di corridoi alimentari e, in un secondo tempo, l’accordo su una possibile tregua o cessate il fuoco. Certo è che le ferite di questa guerra saranno molto profonde e rimarranno impresse nel cuore e nella vita degli etiopi per lunghissimo tempo.

Un altro popolo che soffre enormemente e che non dobbiamo dimenticare è quello che sta subendo, da sette anni a questa parte, la guerra nello Yemen. Gli aspetti umanitari di questo conflitto sono a dir poco terrificanti: circa 400.000 vittime, di cui più della metà vittime delle  conseguenze indirette del conflitto, come la mancanza di acqua potabile, la fame e le malattie. Più dell’80% dei 30 milioni di yemeniti dipende infatti dall’aiuto internazionale, mentre un bimbo yemenita di meno di cinque anni muore ogni nove minuti a causa della guerra.  E’ superfluo aggiungere altro, ma forte è il richiamo alla comunità internazionale a non chiudere gli occhi di fronte a tanto disastro umano. 

Questi sono solo alcuni dei punti caldi del Pianeta, ai quali possiamo aggiungere, ad esempio, la Palestina, la Libia, la Somalia, la Repubblica democratica del Congo, il Burkina Faso, l’Iraq, l’Afghanistan, il Myanmar, l’Ucraina… e tanti altri. Sono conflitti che non trovano soluzione, che si protraggono sempre più nel tempo e mettono in luce tutta l’incapacità strutturale della comunità internazionale a trovare intermediazioni e soluzioni di pace. Ma come allora interpretare e guardare agli insegnamenti della storia e dell’attualità per rendere il mondo dignitosamente abitabile per tutti?

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