Per il futuro dell’Italia sperare nell’Unione Europea

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Nella difficile, se non drammatica, congiuntura economica e politica che viviamo, bisogna coltivare la speranza. Un orizzonte importante cui guardare è quello dell’Unione Europea: la nostra patria comune in cui sperare, ricordando come ha accompagnato in questi settant’anni la ricostruzione dell’Europa, ridotta in macerie dalla guerra, e come sta resistendo a caro prezzo al ritorno della guerra sul nostro continente che credevamo terra di pace.

Del passato è bene avere memoria, perché di lì veniamo: dai conflitti mai sopiti tra le nazioni, dai vincoli e dalle opportunità indotti dalla globalizzazione, dalla lotta per i diritti e per un welfare a protezione delle fasce più deboli delle popolazioni.

Viviamo adesso un presente sotto tensione per straordinarie emergenze, dai rischi ancora vivi di un ritorno della pandemia alla guerra in Ucraina, con pesanti ricadute per tutti noi, all’esplosione di un’inflazione che non conoscevamo da anni, trainata da una crisi energetica senza precedenti. Queste emergenze colpiscono, anche se con intensità diversa, tutti i Paesi UE; per l’Italia si aggiunge l’emergenza di una crisi politica che sarebbe stato meglio evitare e che  probabilmente non sarà risolta dal voto del prossimo 25 settembre, con pesanti conseguenze sulla nostra vita quotidiana. Tra queste, la recessione economica con l’aumento delle povertà e il prevedibile seguito di tensioni sociali, il tutto aggravato da pericolosi ritorni al passato con l’illusione che si possa far fronte a queste emergenze isolandosi a difesa degli interessi nazionali. Come chi si illude di potersi rivolgere all’Unione Europea per ottenere risorse e un argine comune alla crisi – la “pacchia” durata finora – e, nello stesso tempo, pretendendo di limitarne le competenze, proprio nel momento in cui sarebbe urgente ampliarle.

Due in particolare le contraddizioni che emergono nello sgangherato dibattito elettorale: gli interventi sul fronte caldo dell’energia e le disinvolture a proposito di una revisione del “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR).

Nel primo caso si assiste a scambi di accuse per quello che il governo Draghi non avrebbe fatto, dimenticando che questa crisi per l’Italia viene da molto lontano e che da mesi il governo sfiduciato preme per un tetto europeo al prezzo del gas e ignorando quanto l’UE abbia le mani legate in materia, anche grazie a quelli che adesso pretendono che intervenga dopo averla paralizzata in nome della sovranità nazionale e ancora oggi senza pudore nel chiedere ulteriori limitazioni della sua responsabilità.

Nel caso del futuro che si delinea per il PNRR, destinato con i 200 miliardi messi a disposizione dell’UE a sostenere la ripresa dell’economia italiana, sarebbe utile chiedere qualche chiarimento a chi ne chiede con qualche disinvoltura la revisione. Non che questa non sia prevista dal Regolamento europeo, ma certamente non come si trattasse di un ghiotto menù nel quale si prende quello che si vuole, tralasciando o rinviando “sine die” le riforme pattuite tra l’Italia – e non da Draghi soltanto – e l’Unione Europea, che ha vincolato i sostegni finanziari a delle regole precise, cui molto poco si può derogare in nome dell’attuale congiuntura economica, pena perdere risorse indispensabili per attraversare la tempesta che ci attende.

Purtroppo questi e altri impegni decisivi per il nostro futuro sono finiti nel frullatore elettorale, un fuoco d’artificio per cercare facili consensi con promesse che sappiamo irrealizzabili o decisioni che ci esporrebbero a una crisi finanziaria – come nel caso di scostamenti di bilancio – che metterebbe in gravi difficoltà il futuro dell’Italia e quello dell’Unione Europea, a cominciare dalla Banca centrale europea (BCE), un ombrello che potrebbe rivelarsi insufficiente per l’Italia indebitata fino al collo.

Bisogna insomma decidersi in Italia: rischiare di affogare da soli o sperare nella scialuppa dell’UE, rafforzandola perché possa affrontare la tempesta annunciata.

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