Palestina, tra pace e guerra

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Sono trascorsi ormai alcuni giorni dalla presentazione del famoso “piano di pace del secolo” di Donald Trump per porre fine al più lungo conflitto in Medio Oriente, quello israelo-palestinese, e le reazioni della comunità internazionale continuano ad ondeggiare fra imbarazzate prudenze e categorici rifiuti. 

In primo luogo va tuttavia sottolineato il comprensibile rifiuto degli stessi Palestinesi di fronte ad un piano di pace americano che propone di costruire, sulla situazione esplosiva che si è venuta a creare da settant’anni a questa parte, un impossibile e inattuabile Stato palestinese che non potrà mai essere uno Stato. 

La situazione infatti, evolvendo nel non rispetto, da parte di Israele, del diritto internazionale e delle risoluzioni dell’ONU, in particolare la risoluzione 242 del 1967 sull’occupazione e sulla restituzione dei territori occupati, è giunta ad un punto tale in cui le colonie israeliane in Cisgiordania e nella Valle del Giordano non hanno fatto che aumentare e occupare terreno e sovranità, riducendo a frammenti dislocati fra loro il territorio storico su cui dovrebbe nascere lo Stato di Palestina. Uno Stato che, viste le condizioni attuali su cui si basano le proposte di Trump, non avrà sovranità, non avrà frontiere, non potrà dotarsi di un proprio esercito o controllare il suo spazio aereo e non avrà il diritto di negoziare accordi internazionali. Con la prospettiva, inoltre, di dover riconoscere  Israele come “Stato nazione del popolo ebraico” con capitale Gerusalemme. Una prospettiva che, da sola, la dice lunga sulla futura condizione dei palestinesi, sul controllo che Israele potrà esercitare nei loro confronti e che richiama alla mente, purtroppo, storie antiche e recenti di segregazione. 

Fra le reazioni della comunità internazionale va in primo luogo segnalata quella della Lega Araba, riunitasi al Cairo il 1° febbraio scorso su richiesta del Presidente dell’Aurtorità nazionale palestinese. Malgrado i primi tentennamenti di alcuni Paesi, in particolarre Egitto, Arabia saudita e Emirati Arabi Uniti a favore di un’attenzione al piano di Trump, la Lega araba ha rifiutato, compatta e senza mezzi termini il piano di pace, giudicandolo “irrispettoso dei diritti minimi  e delle aspirazioni del popolo palestinese”, impegnandosi inoltre “a non cooperare con l’amministrazione americana per l’attuazione del piano”. Una presa di posizione unanime non scontata e che sembra aver di nuovo riunito il mondo arabo intorno alla causa palestinese. Un rifiuto categorico del piano è venuto anche dalla Turchia, mentre la Russia si è limitata, per il momento, a sottolineare che il piano di pace USA non rispetta pienamente le risoluzioni dell’ONU.

Ed infine l’Unione Europea, che, di fronte a questo “piano del secolo”, si è ritrovata compatta (ma già senza il Regno Unito) nel ribadire “il suo impegno deciso e unito per la soluzione dei due Stati, una soluzione negoziata e praticabile capace di tenere conto delle legittime aspirazioni di entrambe le parti, i palestinesi e gli israeliani, nel rispetto di tutte le risoluzioni pertinenti dell’ONU”. Una dichiarazione che, per il solo fatto di voler rispettare le risoluzioni dell’ONU, rifiuta la legittimazione degli insediamenti israeliani nei Territori occupati e, di conseguenza, il piano di Trump.

Ora, il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahamoud Abbas, ha deciso di interrompere tutti i rapporti, compresi quelli relativi alla sicurezza, con Israele. Se da una parte il piano di Trump ha effettivamente avuto il merito di riportare sotto i riflettori il conflitto israelo-palestinese, dall’altra diventa sempre più urgente che la comunità internazionale immagini e sostenga un piano di pace giusto e rispettoso delle aspirazioni di due popoli, cercando, ad esempio, altre vie di soluzione attraverso il dialogo e la pari dignità nella convivenza. Ma per questo sarà necessario interrogarsi su un reale esercizio della democrazia in Israele.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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