Pace cinese

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Siamo entrati nel secondo anno di guerra in Ucraina e non sono mancate analisi, previsioni per il futuro e riletture del passato. Sono sfilate in abbondanza  immagini di distruzione e violenza ma anche testimonianze di coraggio e resistenza. Poche purtroppo le considerazioni sulla possibilità di intravedere un tentativo di dialogo e ancor meno una prospettiva di pace. 

Posizioni troppo distanti, visioni di un futuro inconciliabili, realtà di una guerra carica di esasperazioni, odio e vendette non permettono infatti di immaginare un tavolo di negoziato, un’alternativa alla brutalità delle armi.

È in questo contesto che interpella il mondo intero e lo divide, che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha votato, a grande maggioranza, una risoluzione che chiede alla Russia di “ritirarsi incondizionatamente e immediatamente” dall’Ucraina per una pace “complessiva, giusta e duratura nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite”. Hanno votato a favore  della risoluzione 141 Paesi, 7 Paesi hanno votato contro (fra cui la Russia) mentre più di 30 Paesi si sono astenuti. Fra questi ultimi ha pesato in particolar modo l’astensione di India e Cina. 

Ed è proprio dopo poche ore dal voto della Risoluzione dell’ONU che la Cina, fino ad ora silenziosa sulle sorti di questa guerra, ha presentato un suo piano di pace in dodici punti, un piano che esprime la posizione di Pechino su concetti e principi fondamentali di “sicurezza globale”, nonché sulla soluzione politica della crisi ucraina. Contrariamente al testo dell’ONU, la Cina evita di usare la parola “guerra” e, differenza ancor più fondamentale, mette sullo stesso piano Russia e Ucraina, senza definire la responsabilità di ciascuna parte.

È tuttavia un testo che merita la dovuta attenzione perché, sebbene non offra un piano concreto di pace, indica ufficialmente la visione di Pechino sui conflitti e sul mondo che si profila all’orizzonte, un mondo che cambia e destinato ad offrire nuovi spazi,  nuove egemonie e nuove legittimità ai vari modelli di sviluppo. Un messaggio quindi al mondo intero, ricevuto con interesse, anche se con interpretazioni diverse da Mosca e Kiev, ma con estrema prudenza dall’Occidente, in particolare da parte degli Stati Uniti che temono i rapporti sempre più stretti fra Russia e Cina. 

I punti essenziali del piano cinese, che, fra le righe non dimentica la posizione di Taiwan, sono infatti di grande rilievo. Il primo punto, nell’illustrare la visione di una “sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile” chiede, ad esempio, l’impegno al rispetto e all’integrità territoriale di tutti i Paesi, nel rispetto degli obiettivi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite. Un secondo punto chiede di considerare le preoccupazioni legittime di tutti i Paesi in materia di sicurezza e  invoca la determinazione a risolvere pacificamente conflitti e controversie fra Paesi attraverso il dialogo e la consultazione.

Non meno importanti le posizioni di Pechino sul divieto di usare armi nucleari, biologiche o chimiche e la richiesta a Russia e Ucraina di rispettare il diritto umanitario internazionale. Posizioni che si oppongono soprattutto a qualsiasi sanzione unilaterale non autorizzata dalle Nazioni Unite.

Infine, la Cina, nel richiedere la fine delle ostilità per evitare un’incontrollabile escalation, auspica il ritorno, il più presto possibile, ad un dialogo fra le due parti. È quello che vorremmo tutti, a condizione che questo futuro dialogo sfoci in una pace giusta, equa e rispettosa.

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