Oltre il Covid-19 anche Brexit

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Tra qualche giorno, il 16 giugno, saranno quattro anni che dura la telenovela di Brexit, andata in onda a partire dall’azzardato referendum lanciato da David Cameron, proseguita con le dolorose traversie di Theresa May e finita l’anno scorso nelle mani di Boris Johnson, che ha adesso pochi mesi per chiudere il procedimento di divorzio se vuole, come sembra volere, ritrovare una presunta “sovranità” britannica il prossimo 1° gennaio.

Si è appena conclusa l’ennesima sessione di negoziati, ma l’accordo resta lontano e già la Banca centrale britannica ha lanciato l’allarme in vista di una possibile, se non probabile, separazione del Regno Unito dall’Unione Europea senza accordo, dopo un “matrimonio di interessi” contratto nel 1973.

La vicenda ha già creato non pochi problemi al di qua e al di là della Manica, divorando tempo ed energie che meglio avrebbero potuto essere investite diversamente e casca male che l’affondo negoziale stia coincidendo con l’emergenza provocata dalla pandemia da Covid-19 che ha messo in ginocchio buona parte d’Europa, in particolare con il più alto numero di decessi proprio nel Regno Unito.

Ad oggi le posizioni tra le due parti in contesa restano distanti, se non addirittura ferme, né c’è da contare su svolte significative quando lo stesso Boris Johnson potrebbe affrontare direttamente il contenzioso con i leader europei riuniti la settimana prossima per misurarsi con altre priorità interne all’UE quali quelle del “Piano per la ripresa” proposto dalla Commissione europea il 27 maggio scorso.

Sono in corso scaramucce, più che altro un diversivo, sui diritti relativi alla pesca nelle acque territoriali britanniche, mentre non sfugge a nessuno che il vero nodo da sciogliere è quello tra vincoli e benefici nell’eventuale accordo commerciale che dovrà regolare gli scambi tra le due sponde della Manica, in attesa che si esca dalle nebbie che continuano ad avvolgere il futuro dell’Irlanda del nord e della sua frontiera con la Repubblica d’Irlanda. E senza accordo torneranno dazi e dogane, con immediate ricadute negative per tutti.

Nelle congiuntura difficile che viviamo tutti in Europa sarebbe opzione di buon senso prendere altro tempo senza precipitare una rottura destinata a peggiorare la situazione economica di entrambe le parti, quando già le prospettive di recessione sembrano aggravarsi, come ha ricordato i giorni scorsi la Banca centrale europea a motivazione anche del suo quasi raddoppio dello scudo anti-virus, portato da 750 a 1350 miliardi di euro. L’UE mantiene aperta da parte sua la possibilità di rinviare di un anno o due la scadenza prevista, ma Johnson non ne vuol sapere e non è detto che cambi idea, come gli è accaduto per le misure contro il Covid-19. Anche perché ha almeno due buoni motivi: evitare di essere coinvolto negli impegni che ne deriverebbero per il futuro bilancio europeo 2021-2027 e concludere prima del rischio di un cambio di “padrone” negli Stati Uniti al punto che possa sfumare il promesso “partenariato speciale” fatto balenare da oltre Atlantico, in una fase di sconvolgimento dei rapporti commerciali internazionali.

Da chiedersi a questo punto se l’UE, con tutto quello che sta capitando, possa mantenere il negoziato di Brexit tra le sue priorità e non applicarsi piuttosto ad affrontare in primo luogo la sfida del rilancio della sua economia e della protezione dei suoi cittadini, non solo dal rischio sanitario ma anche dal pericolo di una rottura di coesione interna di cui non si ha bisogno, come insegna quanto sta accadendo negli USA.

Certo non potrà dire la Storia che l’UE non ha fatto prova di pazienza. E noi con lei. 

1 COMMENTO

  1. Brexit la leggo una trattativa alquanto complessa.
    A mio modesto parere, trovata l’unità d’intenti a 27, sarà bene sfruttando al massimo il negoziato avviarsi alla chiusura senza porre limiti ad una procedura di rientro nei dovuti modi però, vale a dire: o dentro o fuori. Non sono accettabili continui anda e rivieni opportunistici.
    Dispiace per il Popolo inglese che comunque non mi sembre essersi dimostrato determinato nel referendum. Non so se mi sbaglio.

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