Nuovi barlumi di pace per la Siria?

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L’incontro tra il Presidente Putin e il Presidente Obama a margine del G20 che si è tenuto in Cina la settimana scorsa, sembrava aver smorzato, ancora una volta, la fragile prospettiva di un accordo tra Russia e Stati Uniti sulla Siria.

Ha quindi colto un po’ di sorpresa l’accordo raggiunto il 9 settembre fra il Ministro degli Esteri russo Lavrov e il Segretario di Stato americano Kerry, a riprova che la diplomazia era invece ancora impegnata in un lungo e delicato negoziato fra gli attori internazionali più importanti.

L’intesa raggiunta fra Mosca e Washington dovrebbe, teoricamente, fare da preludio alla riapertura dei negoziati di pace iniziati a Vienna nel novembre 2015, negoziati che prevedevano un solido cessate il fuoco, aiuti umanitari adeguati, la definizione di un processo di transizione politica del conflitto fra il regime e l’opposizione moderata e, più a lungo termine, la tenuta di elezioni. I negoziati aperti a Vienna, si sono purtroppo rapidamente arenati a Ginevra nel marzo scorso, bloccati dalla pesante controversia politica sul ruolo e il futuro di Bachar al Assad e dall’intensificarsi dei combattimenti, in particolare sulla città strategica di Aleppo.

Secondo un rapporto pubblicato a marzo dal Syrian Centre for Policy Research i dati sulle vittime di questa guerra sono infatti agghiaccianti e tali da pensare che la Siria stia per scomparire : 470mila morti, (cifra che comprende non solo le vittime dei bombardamenti ma anche quelle dovute alla mancanza di cibo e medicinali), 1,9 milioni di feriti, la metà della popolazione sfollata o rifugiata in Paesi vicini o in Europa.

Con l’obiettivo di rilanciare il processo di pace, Russi e Americani hanno quindi raggiunto un accordo che prevede l’entrata in vigore di una tregua per porre fine alle violenze dei combattimenti e, se la tregua verrà rispettata, una cooperazione militare volta ad identificare, a isolare e a combattere i gruppi terroristici, distinguendoli dai combattenti dell’opposizione moderata. Un accordo complesso e difficile, se si pensa che Mosca sostiene il regime di Bachar al Assad, mentre Washington è schierata con i “ribelli moderati”.

Salutato giustamente con fervore dalla comunità internazionale, in particolare dall’Unione Europea, l’accordo raggiunto a Ginevra rivela quanto importante sia diventato il ruolo della Russia nella soluzione del conflitto siriano. A partire dai ripetuti veti espressi in seno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU a risoluzioni che condannassero il Presidente Bachar al Assad, fino all’accordo di questi giorni, la Russia ha mantenuto fino in fondo il suo obiettivo di diventare indiscussa protagonista sulla scena mediorientale. A costi molto elevati, come quelli di cinque anni di una terribile guerra. Vale la pena infatti riprendere qui le parole del Segretario Kerry a conclusione dell’accordo : “Accettiamo di fare un passo ulteriore perché pensiamo che la Russia possa fare pressione sul regime di Bachar al Assad affinché ponga fine a questo conflitto e venga al tavolo della trattativa. “

Una dichiarazione che riflette anche i cambiamenti politici avvenuti sul teatro di guerra e che hanno contribuito a disegnare i rapporti di forza oggi in campo. Accanto alla Russia è schierato infatti l’Iran, il quale, malgrado l’accordo raggiunto sul nucleare con gli Stati Uniti, da potenza sciita nella regione non può permettersi di perdere Bachar al Assad; non solo, ma per la prima volta Teheran ha concesso a Mosca l’uso delle sue basi militari, moltiplicando in tal modo l’efficacia dei bombardamenti russi e rafforzando significativamente la cooperazione fra Iran e Russia. Un aspetto quest’ultimo di evidente importanza politica per gli equilibri della guerra in Siria e per la futura posizione della Russia in Medio Oriente.

Non meno significativo è il recente riavvicinamento fra la Turchia, Paese membro della NATO, e la Russia. Un incontro a San Pietroburgo agli inizi di agosto è stato occasione non solo per riavviare rapporti economici e commerciali, ma anche per discutere della guerra in Siria. La Turchia è infatti entrata in guerra pochi giorni dopo, per combattere certamente le milizie del sedicente Stato islamico ma anche le milizie curde troppo vicine alla sua frontiera. Le posizioni turche continuano infatti ad essere intrise di ambiguità : oltre alla lotta contro i curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, le posizioni di Ankara sono diventate meno intransigenti nei confronti di Bachar al Assad e i rapporti con Teheran sempre più ravvicinati. In proposito va infatti ricordato il recente incontro, a metà agosto, fra i Ministri degli Esteri turco e iraniano con l’obiettivo di rafforzare il legame tra i due Paesi e ribadire l’importanza della relazione fra Iran, Turchia e Russia.

Lo scacchiere Mediorientale è certamente molto complesso e in continua evoluzione. L’accordo fra Russia e Stati Uniti, per quanto fragile e di minima portata, è, per il momento, forse l’unico barlume di speranza per la fine della guerra e l’avvio di negoziati di pace.

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