Nuova tensione in Israele e Medio Oriente

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È stata una settimana di sangue in Israele, proprio in un momento in cui si incrociano la Pasqua ebraica e il Ramadam musulmano, il periodo sacro del digiuno. Nella notte fra il 4 e il 5 aprile scorso, un’imponente e violenta irruzione della polizia israeliana nella Moschea di al-Aqsa, ha portato all’arresto di 350 palestinesi, con molti feriti.  

Un intervento che ha immediatamente dato fuoco alle reazioni dei Palestinesi, a partire dalla Striscia di Gaza da parte di Hamas con il lancio di razzi e con l’appello del movimento islamista alla Cisgiordania “ad andare in massa sulla Spianata delle Moschee per difendere i luoghi sacri”.  

La Spianata delle Moschee è infatti considerato uno dei luoghi più sacri dai musulmani, nella Città Vecchia di Gerusalemme. Luogo simbolo conteso, di grande sensibilità, costruito su quello che anche gli ebrei considerano il loro luogo più sacro, il Monte del Tempio. 

I timori che gli scontri israelo-palestinesi potessero riprendere e intensificarsi durante il mese sacro del digiuno erano ben fondati, viste le tensioni in continuo aumento, in questi ultimi mesi, a Gerusalemme est e in Cisgiordania, dove l’insediamento dei coloni israeliani continua senza sosta. Non solo, ma gli scontri in corso hanno portato Israele a rispondere a lanci di razzi presumibilmente provenienti dal sud del Libano e dalla Siria, portando la tensione ad alti livelli nel cuore del Medio Oriente.

È una situazione che si ripete ormai da lunghi anni, senza la prospettiva di una soluzione equa e capace di garantire una convivenza rispettosa fra due popoli. La comunità internazionale non è stata in grado di sostenere un processo di pace che portasse, come dichiarato nelle intenzioni, all’istituzione di due Stati, una soluzione che, con l’andare del tempo, ha perso tutta la sua potenziale fattibilità e credibilità.

Il conflitto è tuttavia entrato in una delle sue fasi più acute di violenza da quando, alla fine del dicembre scorso, Benjamin Netanyahu è tornato al Governo con la coalizione più a destra nella storia di Israele, a causa dei partiti radicali e religiosi che la compongono. Gli effetti delle decisioni politiche si fanno già ampiamente sentire, in particolare per quanto riguarda il rapporto con i Palestinesi, con il Governo israeliano che soffia costantemente sulle braci del conflitto e non nasconde la portata di provvedimenti già presi volti a realizzare un’annessione di fatto di parte della Cisgiordania. Si tratta di una situazione che, per la sua violenza, ha già causato più di un centinaio di vittime palestinesi dall’inizio dell’anno. 

Non solo, ma il nuovo Governo ha presentato una strategia di trasformazione istituzionale pericolosa per la tenuta della democrazia nel Paese, centrata sulla riforma della giustizia. Una strategia che divide profondamente il popolo israeliano e inquieta la magistratura, che considera tale riforma un chiaro tentativo di limitare i poteri della Corte suprema, sottoponendola al controllo del potere politico e legislativo della Knesset, il Parlamento unicamerale di Israele. Un pericolo concreto per un Paese che non ha una Costituzione scritta e non esita a violare impunemente i più elementari diritti dell’uomo. Nel frattempo e sotto la pressione delle manifestazioni della popolazione contro tale riforma, il Primo Ministro Netanyahu ha annunciato una momentanea pausa del processo legislativo fino al prossimo 30 aprile.

Infine, gli orientamenti politici espressi dal nuovo Governo a livello regionale confermano una continuità e ribadiscono in particolare “il contrasto al programma nucleare iraniano” e a “garantire la superiorità militare di Israele nella regione”, “allargando contemporaneamente il cerchio della pace” con i Paesi arabi e nel contesto del processo degli Accordi di Abramo.

Una prospettiva politica che, alla luce di una situazione interna segnata da una rinnovata prova di forza e di violenza nei confronti dei Palestinesi, rischia di destabilizzare il percorso degli stessi Accordi, in un momento in cui si sta concretizzando un ravvicinamento fra Iran e Arabia saudita, modificando gli attuali equilibri in Medio Oriente.

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