Migranti sempre più in balia del Mare

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La tenace e ormai solitaria presenza  della nave “Aquarius” nel mar Mediterraneo volta a mettere in salvo migranti, rifugiati e richiedenti asilo in fuga, sembra destinata a scomparire. Il violento  braccio di ferro, avvenuto nella notte fra il 23 e il 24 settembre, con la guardia costiera libica che voleva ad ogni costo riportare a Tripoli i 57 migranti tratti in salvo dalla nave umanitaria,  ha forse segnato la fine della missione di SOS Mediterrannée e di Medici senza frontiere.

Un’ultima battaglia e una vittoria giocate su quel Mare che, dall’inizio dell’anno, ha già inghiottito più di 1.700 persone, ma una vittoria amara perché quella nave, carica di persone,  ha perso la possibilità di battere l’ultima bandiera che le era rimasta, quella panamense, (dopo aver perso quella di Gibilterra). Dopo aver vagato in mare senza sapere dove attraccare, e dopo lunghi e intensi negoziati fra diversi Paesi europei, giunge comunque l’offerta temporanea di Malta di accogliere i rifugiati, nell’attesa di essere ridistribuiti fra Francia, Germania Spagna e Portogallo.

Una situazione che, al di là della soluzione contingente, dimostra anche il profondo disagio dell’Europa, la divisione dei suoi Stati membri e, in particolare, l’intransigenza dell’Italia in tema di politica migratoria. Dimostra anche l’ incapacità di immaginare un approccio diverso e a lungo termine da quello della chiusura dei porti e dello sbarrare la strada a chi osasse immaginare una vita sicura e un fututo migliore sulle nostre terre.

I migranti tratti in salvo dall’Aquarius in quest’ultimo viaggio sono effettivamente la testimonianza di una politica contradditoria al riguardo : le guardie costiere libiche, addestrate con il sostegno finanziario italiano ed europeo,  hanno per missione di frenare le partenze dei migranti e di riportare in Libia chi venisse soccorso in mare. Sebbene molte voci all’interno dell’Unione Europea e ad altre organizzazioni internazionali, come l’ONU e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) abbiano a più riprese giustamente denunciato la Libia come Paese “non sicuro” per rimandare i migranti soccorsi in mare, la stessa Europa, con l’ Italia in testa, non sembra proprio turbata da questa contraddizione.

Non solo, ma da alcune settimane a questa parte Tripoli è in preda a violenti scontri fra milizie rivali, scontri che hanno già causato un centinaio di morti. La maggior parte dei 57 migranti soccorsi dall’Aquarius, sono infatti di nazionalità libica e fuggivano proprio dalla violenza e dall’insicurezza che regna nel loro Paese.

Ma le divisioni e le contraddizioni dell’Europa sul tema delle migrazioni hanno una loro continuità nel perseguire l’obiettivo della chiusura delle frontiere e di delegare ad altri Paesi la gestione dei flussi migratori.  L’esempio dell’Accordo concluso con la Turchia nel marzo 2016 è un primo esempio in questo senso.

Già in preparazione dello scorso Vertice europeo di giugno di quest’anno, si faceva inoltre strada l’idea di istituire, all’esterno dell’Unione, delle “Piattaforme regionali di sbarco”, con l’obiettivo di far sbarcare i migranti soccorsi in mare, e nello stesso tempo procedere a separare coloro che potrebbero avere diritto alla protezione internazionale dai migranti economici.

Una strategia che rimette in discussione il rispetto degli impegni internazionali dell’UE, fra cui  il principio di non respingimento, cuore della protezione dei rifugiati. Ma una strategia che, ad ora e comprensibilmente, non ha trovato consenso in nessuno dei Paesi terzi, anche fra quelli più coinvolti nel transito dei migranti, a cominciare da Tunisia, Marocco e Algeria.

Significativa, in questo contesto, la recente visita del Presidente Tusk e del Cancelliere austriaco Kurz in Egitto lo scorso 16 settembre, al fine di sondare la disponibilità del generale Al-Sissi ad una nuova cooperazione nel fermare le partenze dei migranti. Una richiesta respinta con diplomazia e rimandata ad un futuro Vertice fra l’Unione europea e la Lega araba che dovrebbe svolgersi al Cairo nel 2019.

La divisione e il disorientamento dell’Europa è quindi ormai evidente e nelle discussioni interne vengono sempre meno citati concetti come solidarietà, ripartizione, accoglienza, rispetto dei diritti. Al loro posto sono entrati prepotentemente temi come respingimenti, rimpatri veloci, blocco dei migranti in Libia o nei Paesi d’origine.

Sono risposte immediate, di sola chiusura e che non rispondono all’esigenza di gestire il fenomeno strutturale e complesso della migrazione. Un segnale che allontana sempre più l’Europa dai suoi valori fondanti e che rafforza, al suo interno quelle spinte sovraniste, populiste e razziste tanto pericolose per la pace e la democrazia.

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