L’UE per l’Ucraina: bilancio di una anno di guerra

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Ad oltre un anno dall’invasione russa dell’Ucraina, che ha portato la guerra ai confini dell’Unione Europea, si impone un bilancio su quanto è stato fatto dall’UE e dai suoi Paesi membri.

E come tutti i bilanci anche questo ha luci ed ombre. La prime che si sono tradotte con forme importanti di “solidarietà civile”, la seconde con interventi di sostegno militare che esigono qualche spiegazione.

La “solidarietà civile” non si è fatta attendere all’indomani dell’invasione con l’apertura delle frontiere UE per accogliere milioni di profughi grazie all’attivazione di una pressoché dimenticata Direttiva del 2001 sulle “Norme minime per la concessione della protezione temporanea in caso di afflusso massiccio di sfollati e sulla promozione dell’equilibrio degli sforzi tra gli Stati membri dell’UE”. Si tratta di un dispositivo destinato ad affrontare flussi massicci nell’UE di stranieri che non possono rientrare nei loro Paesi a causa di guerre, violenze o violazioni dei diritti umani, introducendo una protezione immediata e temporanea per gli sfollati. La Direttiva prevede anche un equilibrio degli sforzi tra i Paesi UE, senza tuttavia imporre una distribuzione obbligatoria.

A questo proposito si impongono alcune considerazioni. Da una parte la constatazione che la distribuzione non è equilibrata come auspicato: per limitarci a tre Paesi, l’accoglienza è stata massiccia in Polonia (1.570.000 profughi), in Germania (1.180.00) ma solo 315.000 in Italia. Naturalmente hanno pesato le vicinanze geografiche, ma non solo; dall’altra vi è stata una discutibile applicazione della misura, prevalentemente riservata per i soli profughi di nazionalità ucraina. 

Al di là di tutto questo, resta positiva la concessione di questa sorta di “cittadinanza provvisoria”, garante di diritti e di accesso a prestazioni sociali, scolastiche e lavorative, che potrebbe utilmente ispirarne l’applicazione in altri contesti analoghi, come quelli di massicci flussi migratori.

Sempre in carico all’UE “potenza civile” importanti interventi di carattere umanitario, stimabile attorno a 38 miliardi di euro, e i preparativi in corso per investimenti destinati alla ricostruzione dell’Ucraina.

Una valutazione più problematica dell’intervento UE e dei Paesi partner riguarda il sostegno militare da parte di Istituzioni comunitarie, operanti ai limiti estremi delle loro limitate competenze in materia.

Questo vale per il ruolo subordinato esercitato dai Paesi UE in seno all’Alleanza atlantica (NATO) e per le modalità con le quali sono state attivate nell’UE le iniziative più propriamente militari, come la fornitura di materiale bellico. Qui è entrato in funzione lo “Strumento europeo per la pace”, un dispositivo dotato di risorse “fuori bilancio” – e quindi non comunitario – per un ammontare iniziale di 5 miliardi 700 milioni, lievitato ad oggi a circa 8 miliardi, destinato a sostenere le spese militari dei Paesi membri, con la fornitura appena decisa per due miliardi di munizioni. 

Al di là dell’opportunità o meno di una “escalation” militare ad alto rischio di aggravamento del conflitto e di un suo allargamento, varrebbe la pena chiarire il ruolo giocato dall’UE, sostanzialmente priva di competenze in materia di difesa, nella gestione finanziaria dello sforzo bellico o, almeno, spiegare ai suoi cittadini a quale titolo e con quale artificio giuridico-contabile  movimenta risorse “fuori bilancio” e quindi anche fuori del controllo democratico del Parlamento europeo.

Non si difende lo Stato di diritto senza assicurarne la trasparenza delle decisioni.

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