L’Europa della Merkel e la nostra

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Dopo essere stata ferma per lunghi mesi a guardare, nell’attesa del voto tedesco, l’Europa deve adesso decidere che fare.
Sono venuti meno gli alibi e le prudenze per non “disturbare il manovratore” e adesso che è chiaro chi è il manovratore in Germania, dopo esserlo stato nell’Unione Europea, è venuto il tempo – sempre che non sia troppo tardi – di provare a dire quale dev’essere l’UE che vogliamo, la Cancelliera Merkel e noi. Dove “noi” sta per gli altri Paesi dell’UE e, soprattutto, i loro cittadini.
Quale Europa voglia la Merkel è difficile dire: la Cancelliera, al suo terzo mandato che eguaglia il record di Adenauer e Kohl, ha stravinto nella sua Germania, anche se dovrà piegarsi ad un governo di coalizione, probabilmente con gli avversari e ex- alleati socialdemocratici. La sua vittoria è stata costruita molto pragmaticamente su due pilastri: una politica benevola per i suoi concittadini e una, severa, per i cittadini dei Paesi UE in difficoltà. Ne sanno qualcosa non solo la Grecia, il Portogallo, la Spagna e l’Irlanda, ma anche l’Italia del governo Monti e, a tutt’oggi, quella del governo Letta.
A casa sua la Merkel non è senza problemi: se è vero che la disoccupazione è ufficialmente al 5,3%, è anche vero che sono cresciuti i mini-jobs a 400 euro e congelati i salari, la popolazione tedesca è fortemente invecchiata e l’economia in crescita dipende per molta parte dall’export.
In Europa, la Germania è senza dubbio un Paese “pesante”, appena frenato dalla sua storia recente di fronte alle tentazioni di egemonia sul continente, alla ricerca di un nuovo asse d’intesa da quando scricchiola vistosamente quello con la Francia e attenta a possibili intese con la Gran Bretagna e a un dialogo più diretto con gli USA. Nei suoi due mandati precedenti la Cancelliera ha navigato a vista, concentrata sulla sua Germania e oscillante nella sua visione della futura Unione europea, a tratti favorevole a un’unione politica salvo attardarsi su un modello intergovernativo e poi rallentare la costruzione dell’unione bancaria chiamata a fare progredire l’Europa sulla strada in salita dell’integrazione.
Se avesse ottenuto quella maggioranza assoluta sfiorata di un soffio, il passo lento della Germania in Europa sarebbe continuato indisturbato, salvo forse qualche limitata accelerazione su alcuni punti minori. La prospettiva di una coalizione senza i liberali potrà spingerla a qualche concessione alla solidarietà europea, ma non è il caso di farsi illusioni, anche perché il suo partito si sente addosso il fiato degli anti-euro e l’imminenza delle elezioni europee potrebbe indurre la Cancelliera a ulteriori frenate.
C’è da sperare a questo punto che, finita la lunga attesa del voto tedesco e adesso di quello europeo, gli altri partner escano dall’ombra e propongano – se mai ce l’hanno – un progetto per l’UE, uscita logorata dalla crisi e corresponsabile delle sofferenze inflitte ai Paesi in difficoltà.
Poco c’è da aspettarsi dalle istituzioni comunitarie in scadenza di mandato: un Parlamento che non è riuscito a sfruttare i maggiori poteri affidatigli dal Trattato di Lisbona, una presidenza permanente del Consiglio europeo saggia ma con poco vigore e una Commissione sempre più ridotta ad un segretariato dei Governi nazionali e che la Germania è tentata di indebolire ulteriormente. Resta forte per ora, in attesa del pronunciamento della Corte costituzionale tedesca, la BCE alla quale però si può difficilmente chiedere di fare più di quello che già fa.
Non molto di più ci si può aspettare dai Paesi che più contano nell’UE: non dalla Gran Bretagna che minaccia una secessione, non dalla Francia che non ha i mezzi per le sue eccessive ambizioni, non certo dall’Italia in preda alle turbolenze dell’instabilità politica.
Se l’UE fosse una democrazia sovranazionale compiuta un segnale importante potrebbe venire dai suoi cittadini in occasione delle prossime elezioni del Parlamento europeo. Sempre che la disaffezione verso questa UE, matrigna e troppo tedesca, non li allontani dalle urne.

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