Le turbolenze alle porte d’Europa

Non si rasserena il clima turbolento che avvolge gran parte del Nord Africa e del Medio Oriente, dove, da un Paese all’altro, si alternano guerre e conflitti con manifestazioni di malcontento e richieste di migliori condizioni di vita, di lotta alla corruzione o di democrazia. 

Vale la pena rimettere sotto i riflettori queste situazioni che, per stanchezza o per l’incalzare di un’attualità sempre più esigente, i media hanno tendenza a relegare ormai nelle ultime pagine della cronaca giornaliera.

Un giro d’orizzonte nel Nord Africa porta in primo piano la guerra in Libia, combattuta con discrezione ma sempre in corso, con il suo silenzioso carico di violenza e vittime. Il Generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, non ha infatti rinunciato al suo obiettivo di conquistare Tripoli e i suoi pozzi di petrolio, nonché di rovesciare il Governo di Unità nazionale (GNA), guidato da Fayez Sarraj e riconosciuto dalla comunità internazionale.  La “battaglia di Tripoli” è iniziata più di sette mesi fa. Dopo un periodo di stallo e di incertezze militari, sembra che il conflitto stia entrando, oggi, in una fase più acuta, in una specie di fase finale in cui si muovono nuove forze e nuovi attori, in particolare militari russi a sostegno di Haftar. L’abbattimento inoltre dei due droni italiani in questi ultimi giorni testimonia del fatto che in Libia hanno ricominciato seriamente a parlare le armi e che la  Conferenza di pace da tenersi a Berlino nelle prossime settimane incontra sempre più ostacoli alla sua organizzazione. Una prospettiva inquietante, che ci porta, purtroppo, a temere sviluppi simili a quelli della lunga guerra in Siria, senza dimenticare la situazione drammatica dei migranti, pronti a fuggire dalla guerra libica oltre il Mediterraneo.

Volgendo poi lo sguardo alle frontiere orientali e occidentali della Libia,  l’Egitto e l’Algeria non vivono giorni tranquilli. Se in Egitto il potere del Generale Al Sissi ha messo momentaneamente a tacere con la repressione le manifestazioni che chiedevano più libertà, più democrazia, più rispetto dei diritti umani e meno corruzione, in Algeria continuano invece le proteste per la quarantesima settimana di seguito. Un movimento (“Hirak”) che non ha perso intensità e ha, con il passare del tempo e senza violenza, aggiornato le sue rivendicazioni : oggi chiede un periodo di transizione per una rifondazione totale dello Stato e per la stesura di una nuova Costituzione. L’obiettivo è quello di fare tabula rasa del potere che ha governato l’Algeria fin dall’indipendenza nel 1962 e lo slogan dei manifestanti è chiaro  “Chiediamo la libertà e non faremo nessuna marcia indietro”.  Una determinazione che non ammette compromessi con un potere che giudica corrotto e davanti al quale non intende più piegarsi.

Lasciando l’Africa del Nord e spostando lo sguardo verso il Medio Oriente, appaiono subito evidenti i punti caldi della regione : la guerra in  Siria, che si trascina dal 2011 con le conseguenze umane e politiche che conosciamo, la situazione dei curdi, la guerra nello Yemen, considerata ormai una guerra “dimenticata”, Israele e Palestina. Ma anche in questa regione non mancano, accanto alle guerre, movimenti di protesta contro regimi e Governi. E’ il caso in Iraq, dove manifestazioni contro il Governo, iniziate ad ottobre, si intrecciano con un recente passato di guerre, con una situazione politica e religiosa estremamente complessa e con una precaria instabilità regionale.  Anche qui affiorano richieste di riforme, di cambiamento della Costituzione, di lotta alla corruzione e alla disoccupazione, rivendicazioni che hanno già causato una forte repressione e la morte di più di 300 persone. 

Anche il Libano è tuttora attraversato da forti inquietudini e manifestazioni per il tenore di vita che si degrada in continuazione e per la grave situazione economica e finanziaria che si è venuta a creare. 

Infine, e proprio in questi ultimi giorni, è in corso una violenta repressione in Iran nei confronti di movimenti di protesta nati dall’aumento del prezzo del carburante. Manifestazioni che si stanno allargando a macchia d’olio in tutto il Paese e che superano ormai le prime ragioni iniziali della contestazione. 

Lo sguardo potrebbe andare oltre e spingersi fino in Afghanistan. Purtroppo tutto questo succede agli immediati confini dell’Europa a sud del Mediterraneo: una cartina di instabilità sempre più forte e in continuo movimento. Una cartina che la nuova Commissione europea, alla vigilia del suo insediamento, dovrebbe guardare con attenzione e impegno per il futuro della pace. 

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