Le guerre fra G7 e G20

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Si sono tenuti quasi negli stessi giorni il Vertice del G7 e la riunione dei Ministri degli Esteri del G20, il primo a Kiev sotto Presidenza italiana, la seconda a Rio de Janeiro sotto Presidenza brasiliana. 

Due incontri che si sono incrociati intorno alla data del 24 febbraio, data anniversario dell’aggressione russa all’Ucraina nel 2022 e dell’ingresso della guerra nel suo terzo anno di violenze e distruzioni. Due eventi sotto nuove Presidenze che hanno segnato, ancora una volta, quanto le guerre in corso, in Ucraina e in Medio Oriente in particolare, abbiano approcci, percezioni e posizioni diplomatiche diverse fra i principali attori mondiali.

Sulla scena in macerie del G7 a Kiev, a ranghi ridotti, erano presenti la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il Primo Ministro belga Alexander de Croo e il Primo Ministro canadese Justin Trudeau. A nome del G7, la Presidente Meloni ha ribadito il sostegno incondizionato a Kiev, in un momento in cui la Russia prosegue con determinazione il suo incomprensibile obiettivo di distruggere l’Ucraina, in cui il sostegno occidentale della NATO sta soffrendo dell’incertezza che regna dall’altra parte dell’Atlantico e in cui l’autonomia della difesa europea è oggetto di nuovi e impegnativi dibattiti su riarmo, investimenti comuni e inquietanti orizzonti d’insicurezza. 

In questo contesto, il G7 e l’Unione Europea hanno risposto alla richiesta del Presidente e del popolo ucraini in termini di forniture militari e di assistenza a lungo termine, coscienti del fatto che in gioco non è solo la sopravvivenza dell’Ucraina, ma anche il futuro dell’Unione e dei suoi valori, il futuro del diritto internazionale e del rispetto della Carta delle Nazioni Unite. Al riguardo, molti i Paesi che hanno negoziato bilateralmente accordi a lungo termine con l’Ucraina, fra i quali la Francia, la Germania, il Regno Unito, la Danimarca e, a breve, la Norvegia, i Paesi Bassi, l’Italia e il Canada.

Sebbene assente sulla scena del G7 a Kiev, il Presidente francese Macron ha, dal canto suo, tentato un ulteriore passo avanti nel sostegno all’Ucraina. Quasi in contemporanea, ha chiamato a Parigi una ventina di Capi di Stato e di Governo, essenzialmente europei, per proporre e discutere di “un sobbalzo collettivo” e di un maggior coinvolgimento militare dell’Europa in favore dell’Ucraina. 

L’ipotesi che l’Europa, già nel 2024, debba far fronte, sola e senza l’aiuto americano ancora bloccato al Congresso, al sostegno militare dell’Ucraina, diventa sempre più plausibile e, ovviamente inquietante. Significa infatti che i Paesi europei e l’Unione dovrebbero almeno raddoppiare il loro impegno finanziario e accelerare il loro ritmo di consegna delle armi a Kiev e riassorbire i ritardi già accumulati.

Mentre le discussioni in Europa si tenevano sullo sfondo di impegni militari a breve e lungo termine, la riunione dei Ministri degli esteri del G20 a Rio de Janeiro si è svolta in uno scenario alquanto diverso. La presenza del Ministro russo Lavrov e del Segretario di Stato americano Blinken, il loro impossibile dialogo e la presenza di Paesi che non hanno mai condannato la Russia (India, Brasile, Cina in particolare), ha completamente marginalizzato la guerra in Ucraina, dedicandole poche imbarazzate e imbarazzanti parole.

Ma due decisioni, prese quasi all’unanimità, hanno segnato condivisioni fra tutti i partecipanti, ponendole al centro delle preoccupazioni globali del G20: la prima sulla guerra fra Israele e Hamas e la necessità di una soluzione a due Stati, con il timore soprattutto che il lungo conflitto questa volta non infiammi tutto il Medio Oriente. Un’unanimità segnata anche dalla posizione, a dir poco ambigua, degli Stati Uniti, che per la terza volta all’ONU hanno votato contro un cessate il fuoco. 

La seconda decisione riguarda le organizzazioni multilaterali, ONU, OMC, Banca Mondiale e Fondo Monetario Internazionale. Tutte Istituzioni che non rispecchiano le esigenze del mondo di oggi e che vanno riformate. 

Decisioni che lasciano aperti ampi interrogativi sul mondo che si delinea all’orizzonte, dove la pace e il diritto internazionale appaiono più che mai avvolti di inquietante incertezza.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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