È tempo di rilanciare l’UE per darle un futuro

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Forse nell’Unione Europea stiamo per ricominciare da tre, non tre anni ma da tre decenni fa. Correva l’anno 1993, l’UE aveva vissuto l’abbattimento del muro di Berlino, l’unificazione tedesca, la dissoluzione dell’Unione Sovietica, adottato il Trattato di Maastricht, avviato il processo che avrebbe portato all’euro e si stava preparando al grande allargamento a est con una dozzina di nuovi Paesi.

Presiedeva allora la Commissione europea dell’UE a 12, Jacques Delors, uno statista di formazione sociale ed economica, già ministro delle finanze in Francia con François Mitterand, mentre alla Cancelleria tedesca sedeva Helmut Kohl, presidente del Consiglio italiano Carlo Azeglio Ciampi e da poco aveva lasciato la guida del governo conservatore la “lady di ferro” Margaret Thatcher.

Un quadro politico di grande qualità che sarebbe poi andato lentamente declinando negli anni, ma che in quel 1993 offriva grandi occasioni per il rilancio del processo di integrazione europea.

E Jacques Delors quell’occasione la colse con il suo Libro bianco dal titolo-programma “Crescita, competitività, occupazione”, che avrebbe tracciato la traiettoria verso una stagione vivace dell’UE, almeno fino a quel 2005 segnato dal rifiuto francese ed olandese del “Progetto di Costituzione europea”, con tutto quello che ne sarebbe seguito con esiti non proprio brillanti.

Adesso, trent’anni dopo, qualcosa si muove sottotraccia nell’UE a 27, alla vigilia di una attesa riforma dei Trattati, anche per rendere possibili un’altra decina di allargamenti verso est, affrontare una crisi economica che sta zavorrando la crescita, con la prospettiva di una transizione ambientale e digitale che costerà cara e riconfigurerà il mercato del lavoro e il futuro dell’occupazione.

Al timone dei principali governi dei Paesi UE non ci sono più le stature di trent’anni fa: è in affanno Emmanuel Macron, in Francia; non brilla in Germania il Cancelliere tedesco Olaf Scholz, il Regno Unito si è preso una vacanza sabbatica, in Italia niente di comparabile nemmeno alla lontana a un Presidente del Consiglio come Ciampi, una figura che fortunatamente rivive nell’alto profilo di un ultimo statista come Sergio Mattarella. E per completare il quadro alla Commissione europea non entusiasma più la futura candidata Ursula von der Leyen, pronta a pagare qualunque prezzo pur di succedere a se stessa.

Non mancano però le sfide, come trent’anni fa, e le risposte da darvi, come sta cercando di fare un certo Mario Draghi che con Delors ha più di una somiglianza: per competenza economica e finanziaria, per esperienza di governo e per la sua visione di una futura Unione federale, addirittura di uno “Stato europeo” e che, non a caso, si esprime con autorevolezza, avvalendosi del mandato che gli è stato affidato di rilanciare la “competitività” dell’UE e, di conseguenza, la sua crescita e l’occupazione.

Draghi potrebbe ripartire dallo stesso titolo del Libro bianco di Delors, di trent’anni fa, senza bisogno di essere (già) ai vertici dell’UE, decisione per la quale bisognerà aspettare l’inizio dell’estate, tenuto conto del voto europeo di giugno. Intanto sta indicando la strada da seguire verso quella che ha chiamato “un’Unione perfetta”, quella che avrebbe sognato Luigi Einaudi, avversario accanito del “mito della sovranità perfetta”. 

Il programma sta prendendo forma: i giorni scorsi Draghi non ha esitato ad invocare una mobilitazione di ingenti investimenti, pubblici e privati, per sostenere la transizione digitale e verde e mettere in cantiere l’indispensabile difesa comune europea. Sull’argomento si sono moltiplicati gli interventi con gli attori economici, ancora poco con quelli sociali: a tutti andranno ricordati gli alti costi, anche economici, che ci aspettano per un dopo-guerra impegnativo che speriamo arrivi presto. 

Ma stavolta il piano Marshall dovremo darcelo da soli. Questo mentre trattori, governi nazionali e Istituzioni europee si attardano su un passato che non tornerà più, non ingannino le mance pre-elettorali.

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