Le eterne sconfitte dei curdi

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Si è provvisoriamente concluso il conflitto acceso dai Turchi, il 9 ottobre scorso, nei confronti dei curdi alla frontiera fra la Turchia e la Siria. Un conflitto in una striscia di terra occupata da un popolo, ormai sparso su quattro Paesi, che non ha mai avuto uno suo Stato e che i Turchi non vogliono nemmeno vedere, “per ragioni di sicurezza”, vicini ai loro confini.

L’accordo raggiunto a Sotchi il 22 ottobre, fra il Presidente turco Erdogan e il Presidente russo Putin, rivela, ancora una volta, la complessità e l’intreccio di interessi fra grandi potenze che si sono venuti a creare in Medio Oriente e, in particolare, in questo ultimo lembo di terra a nord della Siria dove continua una guerra da ben otto anni.

L’obiettivo dell’aggressione turca ai curdi, in luoghi dai nomi  già tristemente conosciuti come Kobané, Ayn Issa o Ras Al-Ayn, era quello di creare una zona cuscinetto fra Siria e Turchia e di impedire a qualsiasi costo la creazione di una regione autonoma curda nel Royava, sotto il controllo delle YPG, le milizie curde dell’Unità di Protezione Popolare. Una tale  prospettiva era inaccettabile per Ankara, visto che considera le YPG vicine al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) e ai 15 milioni di curdi che risiedono in Turchia. 

Il risultato di questo conflitto e del successivo accordo di Sochi ha molteplici aspetti. In primo luogo l’aspetto umanitario : oltre alle vittime civili, ci sono più di 300.000 curdi cacciati dalle loro città e dalle loro case e alla ricerca di un esilio non ancora ben identificato. Allo scadere del cessate il fuoco deciso a Sochi le milizie curde si sono ritirate dall’intero confine con la Turchia, sostituite cosi’ dalla polizia militare russa e dall’esercito turco. Sebbene la Turchia abbia ricuperato solo una parte della zona cuscinetto identificata all’inizio del conflitto, sta di fatto che l’accordo di Sochi consegna alla Turchia un pezzo di territorio siriano.

Un’altra ricaduta del conflitto è il ritorno nel Nord del Paese del Governo e dell’esercito di Damasco, richiamati in soccorso e a denti stretti dagli stessi curdi in seguito all’abbandono e al sostegno americano, venuto meno proprio all’inizio dell’intervento turco. Un aspetto questo che si inserisce in un antico obiettivo strategico della politica di Damasco, volto a ridurre l’importanza e la presenza dei curdi nel nord della Repubblica araba siriana.  Un obiettivo, perseguito fin dagli anni settanta e mai totalmente raggiunto e che oggi potrebbe invece trovare una sua realizzazione. 

Non va dimenticato inoltre tutto l’impegno e il coraggio dimostrati dai curdi nella lotta all’ISIS, oggi pericolosamente in forse, malgrado le poco rassicuranti dichiarazioni americane di una sconfitta del terrorismo islamico e dopo la non ben chiara e inquietante operazione americana del blitz e dell’uccisione del Califfo Al Baghdadi. Pesa quindi, dopo il ritiro dei curdi, un grande punto interrogativo sul futuro della lotta al terrorismo e sui futuri orientamenti di rinascita che l’organizzazione potrebbe ideare e sviluppare.

Infine, due amare constatazioni: la prima riguarda la Turchia, Paese membro della NATO, la quale, senza scrupoli, ha violato la missione difensiva dell’Organizzazione aggredendo un popolo senza Stato,  uscendo vincitrice da questo conflitto e senza troppe condanne da parte della comunità internazionale ; la seconda riguarda i curdi, da sempre ingiustamente trattati e, di nuovo, sconfitti. Una vera e propria ingiustizia che pesa come un macigno sulla coscienza della stessa comunità internazionale, Europa in primis.

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