Le alleanze nel Parlamento europeo

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Il voto europeo di maggio sembra aver messo in movimento le acque stagnanti di Bruxelles, che si tratti delle nomine dei nuovi vertici dell’UE, delle politiche sospese tra austerità e crescita, ma anche in seno al Parlamento europeo, faticosamente alla ricerca delle sue articolazioni interne.

Confermata la sostanziale tenuta dei partiti tradizionalmente europeisti – come il Partito popolare, il Partito socialista, i liberal – democratici e i Verdi europei – che insieme detengono una larga maggioranza di seggi, la novità ha preso il volto di un’ondata euroscettica, se non addirittura nazionalista e antieuropea. Un fenomeno di dimensioni inferiori ai timori della vigilia e tuttavia sufficientemente consistente per porre nuovi problemi in seno all’Assemblea di Strasburgo. Tra questi, l’elezione del Presidente del Parlamento e la composizione dei nuovi gruppi politici, sottoposti alla regola che esige per la loro esistenza la presenza di almeno 25 parlamentari di almeno sette Paesi diversi.

Quanto alla presidenza del Parlamento il problema non preoccupa più di tanto. Possibile una riedizione della formula adottata nel passato, con una staffetta tra una presidenza a guida dei popolari e, per un’altra metà legislatura, con una guida socialista che potrebbe essere l’italiano Gianni Pittella del partito democratico, diventato il primo partito del nuovo Gruppo socialista. Ma lo schema potrebbe cambiare a seconda di come a fine mese si troverà una soluzione per un nodo molto più difficile da sbrogliare, quello della presidenza della Commissione europea, per la quale crescono le tensioni tra Parlamento e Governi nazionali in vista della decisione prevista per fine mese. Un tema sul quale sarà importante tornare per capire dove va la democrazia europea.

Molto rumore si è invece fatto per la composizione dei Gruppi politici da parte dei partiti minori, in prevalenza euroscettici e nazionalisti. A parte la collocazione del nuovo partito antieuro tedesco, Alternativa per la Germania (AFD), nel Gruppo dei Conservatori e riformisti europei – cosa non gradita ad Angela Merkel  che ha fatto crescere le tensioni con il suo collega David Cameron – l’attenzione è stata tutta per la formazione del plotone guidato da Marine Le Pen e per la pattuglia messa insieme dall’antieuropeo inglese Nigel Farage. In entrambi i casi con un coinvolgimento non banale per la Lega e il Movimento Cinque stelle: due formazioni italiane un po’ sperse nel nuovo Parlamento europeo, dove corrono il rischio di trovarsi isolate e contare poco.

La decisione della Lega di aggregarsi a quella che è stata chiamata la “Internazionale nera”, promossa da Marine Le Pen, ha suscitato non poche inquietudini nelle affaticate democrazie europee e più di un mal di pancia tra gli stessi leghisti, accusati di scivolare in una deriva post-fascista a forte dominante nazionalista e xenofoba.

Ai limiti del surreale la vicenda dei pentastellati che, ostili in patria a qualunque alleanza, sono andati a cercarsene una in Europa con il chiacchierato eurofobo Nigel Farage, adesso anche alle prese con la giustizia inglese per donazioni non dichiarate a sostegno della campagna elettorale. Il consenso ottenuto da Grillo a questa decisione ha potuto contare su un numero esiguo di favorevoli (23.000 mila), molto pochi rispetto all’ancora ampio bacino elettorale dei grillini. A più d’uno di questi ultimi sarà venuto in mente il detto: “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei” e non è escluso che qualcuno di loro ne tiri le opportune conseguenze.

In conclusione, nessun terremoto nel nuovo Parlamento, ma qualcosa in moto si è messo per chiarire chi sta con chi in Europa e chi sono veramente quelli che, a casa nostra, si presentano come il nuovo che avanza.

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