La forza del diritto contro la guerra in Ucraina

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La guerra della Russia all’Ucraina continua a fare vittime e a devastare città. Devasta anche il diritto internazionale, diventato una vittima da mettere in salvo e proteggere prima che si incrini e crolli tutta l’architettura della convivenza mondiale disegnata dopo la Seconda guerra mondiale.

Il tema si è imposto con nuova forza all’attenzione dopo i due mandati di arresto internazionali emessi dalla Corte penale internazionale dell’Aia, lo scorso 17 marzo, contro il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, e la sua complice, Maria Alekseyevna Lvova-Belova, la commissaria per i diritti dei minorenni, entrambi accusati di deportazione di figli di ucraini.

Si tratta di una decisione clamorosa che va inserita in un contesto di violazione dei diritti fondamentali denunciati da tempo nel complesso quadro giuridico internazionale, già ripetutamente intervenuto senza grandi risultati contro l’invasore russo, tanto da parte delle Nazioni Unite (ONU) che del Consiglio d’Europa, dal quale la Federazione russa è stata esclusa.

La novità della decisione della Corte penale internazionale risiede nella possibilità di arresto dei due criminali qualora entrassero sul territorio dei 123 Stati membri dell’ONU che hanno ratificato la Convenzione su cui è fondata la Corte dell’Aia. Ma già qui sorgono alcuni problemi: da una parte la Russia ha smesso di riconoscere la Corte nel 2016, mentre non ne hanno ratificata la Convenzione, tra gli altri, Paesi importanti come gli Stati Uniti, la Cina, l’India e Israele; dall’altra è già accaduto che Paesi che la Convenzione avevano ratificato, come l’Africa del Sud, non ne avevano data applicazione invocando il principio dell’immunità dei Capi di Stato stranieri presenti sul territorio nazionale.

Non ci vuole molto a capire che la sostanza di tutti questi pronunciamenti hanno un valore giuridico limitato in assenza di sanzioni concretamente applicabili, ma non per questo hanno solo valore simbolico grazie all’impatto politico che generano, mettendo al bando della comunità internazionale i responsabili di crimini di guerra e disegnano una mappa di chi sta con chi tra invasori e vittime. 

È probabilmente questo il senso più profondo della decisione dell’Aia, dalla quale possono derivare conseguenze di diversa natura. Da una parte contribuisce a denunciare ulteriormente le responsabilità dei due campi che si affrontano con i rispettivi alleati e complici, dall’altra possono anche innescare situazioni irreversibili tra le parti in conflitto e rendere ancora più difficile di quanto già non sia un percorso di dialogo in vista di una trattativa di pace.

Non meno preoccupante la deriva in corso in molte parti del mondo che vede il diritto cedere il passo alle violazioni, aprendo varchi verso un futuro affidato più alla forza della violenza che alla forza del diritto, dalla quale dipende la nostra pacifica convivenza a tutti i livelli nelle nostre società, dalle comunità locali a quella nazionale fino a quella internazionale, Unione Europea compresa.

Quest’ultima, nata nel dopoguerra, come una “comunità di diritto” è sottoposta a tensioni interne, come nel caso del mancato rispetto dello Stato di diritto in Ungheria e Polonia, ma anche per l’irrisolta questione dei flussi migratori, ed è coinvolta verso l’esterno in conflitti anche armati da parte dei propri Paesi membri, impegnati a sostenere militarmente la difesa della sovranità ucraina grazie anche a risorse finanziarie “fuori bilancio” dell’UE.

Quando la forza del diritto cede a pretesi diritti alla forza non è mai un buon segnale per il futuro.

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