L’Africa e gli accordi di partenariato economico con l’Unione Europea

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Le relazioni commerciali fra l’Europa e gli Stati ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) hanno una lunga storia, iniziata più di 30 anni fa con le prime Convenzioni di Yaoundà©, poi di Lomà© ed infine con l’Accordo di Cotonou tuttora in vigore. Una storia che inizia per regolare soprattutto le relazioni di alcuni Stati membri con le loro ex colonie e che aveva come filosofia di fondo quella della cooperazione e dell’aiuto allo sviluppo. I 75 Paesi che formano oggi gli ACP avevano quindi con l’Unione europea accordi commerciali basati principalmente su un accesso preferenziale, per la maggior parte dei loro prodotti, sul mercato europeo, in franchigia da dazi doganali e senza quote. Certo, alcuni prodotti agricoli, in particolare lo zucchero o la carne bovina, sono sottoposti ad alcune restrizioni quantitative o a dazi, per non perturbare troppo la produzione europea, ma nell’insieme, i Paesi ACP esportano oggi più del 40% dei loro prodotti sul mercato europeo, e questo senza alcuna reciprocità   di trattamento per i prodotti europei esportati sui mercati ACP. Inoltre, l’Unione europea aveva lanciato nel 2001 il programma «Tutto tranne le armi» per 39 Paesi ACP fra i meno avanzati, che non prevedeva alcuna restrizione all’esportazione per tutti i loro prodotti.
Ma, dal 1995, il regime di questi accordi preferenziali fra l’Unione europea e i Paesi ACP è diventato incompatibile con le regole dell’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio) e del ciclo di Doha per lo sviluppo, soprattutto a causa della non reciprocità  . L’ultima e definitiva deroga accordata dall’OMC per il mantenimento di tale regime preferenziale scade il 31 dicembre 2007, data entro la quale dovranno quindi concludersi i negoziati per i nuovi Accordi di Partenariato Economico (APE), basati sulla reciprocità   e sul libero scambio. Dopo più di 30 anni quindi l’Europa e gli ACP si trovano di fronte ad una svolta storica nelle loro relazioni, che non avranno più niente a che vedere con il passato. Questi nuovi accordi, anche se si prevedono lunghi periodi di transizione, si basano su due concetti principali: una maggiore integrazione regionale per gli ACP e il libero scambio con l’Europa.
Benchà© i negoziati siano lungi dall’essere conclusi e malgrado l’ottimismo dimostrato dall’Unione europea sull’impatto che questi accordi avranno sullo sviluppo dei Paesi partners, l’incertezza e l’inquietudine cominciano a farsi sentire invece un po’ ovunque nella società   civile africana, ma anche europea, sulle conseguenze che tali accordi avranno in termini di lotta alla povertà   e di sopravvivenza dei piccoli produttori degli ACP, in particolare quelli agricoli. Il 19 aprile scorso infatti, manifestazioni hanno avuto luogo un po’ ovunque, in Africa e in Europa, sotto lo slogan «Europa non imprigionare l’Africa nella povertà  », dove gli accordi di partenariato economico erano chiaramente sotto accusa.
Certo, se guardiamo da vicino questi accordi, ci rendiamo subito conto dello squilibrio nei rapporti di forza e l’idea di libero scambio non puಠche suscitare interrogativi e perplessità  . Ci troviamo infatti di fronte un’Unione Europea il cui PIL è incomparabilmente superiore a quello dei Paesi ACP; un’ Europa gigante economico che negozia con 75 Paesi, suddivisi ora in 6 entità   regionali, 39 dei quali sono fra i Paesi più poveri al mondo; una prospettiva di concorrenza diretta fra i produttori agricoli europei, in regola magari con le norme sanitarie e fitosanitarie e ancora altamente sovvenzionati e produttori ACP che, nella maggior parte dei casi praticano ancora un’agricoltura di sussistenza; una riduzione drastica dei diritti doganali percepiti dagli ACP sull’importazione dei prodotti europei, diritti che servivano in gran parte a finanziare istruzione e sanità   pubblicheà¢à¢â€š¬à‚¦Senza parlare poi della possibile apertura dei mercati ACP ai servizi, agli investimenti e alle gare d’appalto. L’interrogativo inquietante è quindi quello di capire il significato della reciprocità   e soprattutto in che modo questa reciprocità   verrà   attuata quando gli attori hanno una tale divergenza nello sviluppo e una storia alle spalle che non ha ancora rimarginato completamente le tante ferite della colonizzazione.
L’Unione europea vede anche nell’integrazione regionale degli ACP una delle chiavi per il loro sviluppo: questo significa che i Paesi coinvolti possono mettere in comune risorse, allargare i loro mercati, sviluppare insieme commercio e investimenti, diversificare maggiormente l’offerta di prodotti e creare valore aggiuntoà¢à¢â€š¬à‚¦ Questo processo è già   timidamente in corso in alcune regioni ACP, ma va chiaramente consolidato, non solo sotto gli aspetti commerciali, ma anche sotto il profilo di una maggiore integrazione politica fra gli Stati. Un’apertura ai prodotti europei senza un previo consolidamento delle esperienze in corso, comporta chiaramente dei rischi per la loro sopravvivenza.
I negoziati vanno comunque avanti e si discute anche di diritti alla sovranità   alimentare dei Paesi coinvolti. Ci auguriamo davvero che le future relazioni dell’Unione europea con i Paesi ACP abbiano sempre come obiettivo lo sviluppo e non solo la competitività  , magari combattendo più energicamente quei mali che da sempre avvelenano lo sviluppo dell’Africa, non ultima, ad esempio, la corruzione.

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