Kashoggi, la libertà d’espressione nella polveriera mediorientale

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Khashoggi era un giornalista saudita in esilio negli Stati Uniti, collaborava con il Washington Post ed è scomparso ad Istanbul agli inizi di ottobre. Solo dopo una ventina di giorni l’Arabia saudita ha ammesso, con difficoltà, che il giornalista è stato ucciso nei locali del suo consolato.  

L’assassinio di Jamal Khashoggi sembra aver scosso le sensibilità dell’intera comunità internazionale e non solo quelle dei responsabili politici, ma anche quelle del mondo degli affari e dei grandi interessi economici. Un sussulto che sembra andare oltre le richieste di chiarezza sulle responsabilità e le condanne di circostanza, tanto è vero che nomi importanti della finanza e dell’economia hanno deciso di non partecipare alla Conferenza degli investitori, patrocinata dal principe ereditario saudita e denominata la “Davos del deserto” prevista a Riad dal 23 al 25 ottobre.

La voce di Kashoggi era una voce dissidente, certamente non gradita al potere saudita. Il suo ultimo scritto suona oggi come una lugubre premonizione quando dice che  “Cio’ di cui il mondo arabo ha più bisogno è la libertà di stampa” e denuncia le censure, le intimidazioni e i bavagli imposti alla stampa non solo nel suo Paese ma in tutto il mondo arabo.

Le reazioni sdegnate di tanti Paesi per la scomparsa del giornalista arabo, potrebbero quindi far pensare che, forse, fare politica e grandi affari con l’Arabia saudita possa creare qualche timore per la  reputazione di questi stessi Paesi e delle loro imprese. Ma su questo solo il futuro ci potrà illuminare, coscienti tuttavia di quanto l’Arabia saudita sia un crocevia di immensi interessi energetici e finanziari e di importanti opportunità di investimenti tecnologici. Non solo, ma l’Arabia saudita è inoltre uno dei maggiori mercati per la vendita di armi, sul quale sono presenti anche alcuni Paesi europei, fra cui  l’Italia. In proposito, lo sdegno della Germania per la morte di Khashoggi si è spinto fino ad immaginare la sospensione della consegna di armi, rivelando nel contempo le cifre delle licenze di esportazione accordate per il 2018, pari a 416 milioni di Euro.

L’Arabia saudita, catalogata dal rapporto 2018 “Freedom in the world” come Paese in cui non esiste alcuna forma di libertà, ha tuttavia, nella regione, il sostegno di tanti Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti. E’ un sostegno che affonda le sue radici nei lontani anni ‘30 e che non è mai venuto meno, sia da un punto di vista economico che politico. Trump ne ha fatto il suo migliore alleato nella regione, schierandosi dalla parte di Riad nel confronto con l’Iran e sostenendolo nella tragica guerra che conduce nello Yemen. Trump ha alzato i toni per ottenere chiarezza sull’omicidio del giornalista, ma non fino al punto da rimettere in discussione l’accordo firmato nel maggio scorso del valore di 380 miliardi di dollari, di cui 110 miliardi per la vendita di armi.

Anche la Russia è amica e alleata dell’Arabia saudita. Dopo le sanzioni imposte dall’Occidente per l’annessione della Crimea, Mosca si è avvicinata alla ricchezza e alla politica saudita, condividendo non solo interessi geoenergetici, ma anche interessi provenienti dai rispettivi coinvolgimenti nelle guerre in Siria e nello Yemen. Interessi che hanno portato alla firma, nell’ottobre scorso, di un consistente accordo di acquisto di armi da parte di Ryad.

Ed infine, fra gli amici di Ryad c’è anche la Cina, primo importatore di petrolio dall’Arabia saudita e desiderosa di rafforzare, per esigenze energetiche in particolare, la sua posizione in Medio Oriente. Non solo, la Cina sta segnando la sua presenza in Arabia saudita attraverso ingenti investimenti infrastrutturali, ma anche attraverso lo sviluppo di una discreta cooperazione militare.

Questo è lo scenario che circonda oggi l’Arabia saudita, uno scenario che, purtroppo, lascia poco spazio alla volontà di incidere sui temi essenziali delle libertà fondamentali in generale e della libertà di espressione in particolare. L’Unione Europea, per voce di Federica Mogherini, insiste sulla necessità di “avviare un’inchiesta approfondita, credibile e trasparente, che faccia chiarezza sulle circostanze della morte di Khashoggi e obblighi gli autori del crimine ad assumere tutte le loro responsabilità”. E’ un’esigenza immediata e importante, ma che non apre grandi speranze sul futuro dei diritti in Medio Oriente e in Arabia saudita e non risponde a quei campanelli d’allarme che Khashoggi tentava coraggiosamente di suonare.

1 COMMENTO

  1. io odo solo voci formalmente ‘sdegnate’. e come potrebbero non esserlo? sono le voci che per anni hanno usato i ‘diritti umani’ come una mazza da baseball da dare in faccia, assieme ad una razione di missili, ad ogni sospetto despota che intralciasse l’ espansione egemonica di Usa e Occidente. Ora però – che guaio – il criminale é il loro miglior amico. in realtà lo è da sempre, conculcando diritti umani di sudditi e nazioni vicini come in Yemen, o in Siria per interposti terroristi. Però questa volta l’ha fatta grossa perché ha firmato un barbaro e vile omicidio in una sede diplomatica nata per permettere anche al più tirannico degli Stati di esercitare la diplomazia e non la brutale forza. Quindi i ‘paladini dei diritti umani’ devono parlare per forza. Ma lo fanno o con voce flebile o con parole ipocrite. Fingendo di credere o alla sgangherata versione saudita della ‘rissa’ finita male – che strana e macabra coincidenza però la presenza del segaossa – oppure, visto che neppure un idiota potrebbe crederci, accreditano la versione del complotto contro il regime saudita di un manipolo di criminali attorno al console in Turchia. Nessuna autentica ‘indignazione’ quindi, solo tanto imbarazzo e il tentativo di salvare la faccia ai vertici del regime saudita

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