ItaliaEuropa: non va bene, potrebbe andare peggio

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Che l’Italia non sia ancora uscita dalla crisi è esperienza quotidiana, che possa uscirne resta una speranza che non sembra bastare a infondere fiducia agli italiani – come racconta l’ultimo Rapporto del Censis – e lascia scettici molti in Europa.

Non ha certo aiutato il declassamento dell’Italia, la settimana scorsa da parte dell’Agenzia di rating Standard & Poor’s: brutti voti oggi che ci allontanano dal gruppo di testa dell’UE, ma qualche speranza per domani, come ha potuto anche costatare il nostro ministro dell’economia nei suoi incontri in Germania con il suo collega Schauble e i potenziali investitori tedeschi.

Da Bruxelles, dopo il “regalo natalizio” all’Italia dell’approvazione con riserva della legge di stabilità, si sono moltiplicati gli avvertimenti sul rischio che il nostro Paese corre alla scadenza dell’esame di riparazione, previsto in primavera, e non è di buon auspicio che a Roma si lavori sulla revisione dei criteri per il calcolo del deficit o, più scopertamente, sulle possibili argomentazioni in favore del superamento della soglia del 3%.

Su queste manovre e su queste tentazioni del governo italiano tengono i riflettori puntati non solo le Istituzioni comunitarie, ma anche altri governi dei Paesi UE. È il caso, in particolare, della Cancelliera Angela Merkel, ritornata sulla scena europea per commentare temi internazionali relativi a USA e Russia: nella sua intervista della settimana scorsa al quotidiano conservatore “Die Welt” ha colto l’occasione per ricordare che condivide i giudizi critici di Bruxelles su Francia e Italia. Magari anche per mandare un messaggio a Draghi che prepara altre munizioni per allentare i vincoli tedeschi. L’intervento della Merkel non è proprio una sorpresa, sapendo quanto Berlino “ispiri” le valutazioni di Bruxelles e quanto influenzerà il giudizio finale sulla credibilità dell’Italia, atteso per la prossima primavera.

Tutto questo senza dimenticare che problema più grave del deficit, a oggi relativamente contenuto, è quello del debito che continua a salire e della disoccupazione che non accenna a diminuire e che non sarà probabilmente il “Jobs act” a ridurre significativamente in tempi brevi.

Purtroppo però non sono solo i numeri delle statistiche economiche a inchiodare l’Italia e a suscitare perplessità sulla sua capacità di ritornare in tempi brevi in linea di galleggiamento e questo nonostante il livello storicamente basso dello “spread” che migliora il differenziale di credibilità tra noi e la Germania. Preoccupano le fibrillazioni che minacciano instabilità del quadro politico e la difficoltà di condurre in porto le riforme e il loro tardivo impatto sulla salute dell’economia e dei conti pubblici italiani. Se a questo si aggiunge il vortice della corruzione che risucchia nell’illegalità le amministrazioni pubbliche e della quale è un esempio sconcertante quanto denunciato dalla magistratura nella capitale, allora non stupisce che si guardi al nostro Paese con comprensibile allarme fino a temerne il contagio.

Pur non dimenticando che viene da lontano, in Europa, il giudizio di inaffidabilità riservato all’Italia e che lunga è la china da risalire da parte dell’attuale governo – come lo era per quelli guidati da Monti e Letta – per recuperare credibilità, pesano come macigni i dati economici e sociali e, ancor più, di malcostume politico che zavorrano l’Italia di oggi, fino a far temere a molti che non ci sia verso di farle cambiare verso.

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