Italia, sorvegliata speciale nell’UE?

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Si avvicina nell’Unione Europea il tempo di decisioni difficili, dalle quali dipenderà il nostro futuro, fin da subito quello dell’Italia e degli altri 26 Paesi membri e, dopo il 2025, quello dei Paesi che ci raggiungeranno dai vicini Balcani. In gioco saranno le condizioni di vita di circa mezzo miliardo di persone, la capacità dell’economia europea di reggere alla competizione internazionale e delle nostre democrazie di rafforzarsi o almeno di arginare movimenti nazional-populisti che minacciano il processo di integrazione europea.

Si dovrà decidere quante risorse l’Unione è in grado di rendere disponibili in risposta al Covid-19 e al suo impatto sulle nostre economie, a quali Paesi e a quali settori economici dovranno essere destinate in priorità e a quali condizioni per la loro utilizzazione a livello nazionale.

L’attenzione sembra in questi giorni prevalentemente mirata a conoscere la quantità delle risorse e gli strumenti che le dovranno attivare, se con contributi a fondo perduto oppure con prestiti a lunga scadenza e a tasso agevolato. Meno si presta attenzione alle condizioni dell’uso dei fondi comunitari, con l’eccezione dell’accanimento con cui si continua a discutere sulle condizionalità, vere o presunte, del Meccanismo di stabilità europeo, l’ormai “famigerato” MES, quasi un albero che nasconde la foresta.

E la foresta è quella che, negli anni, ha preso forma con la rete di protezione che l’Unione Europea ha costruito a difesa dei soldi dei contribuenti raccolti nel bilancio comunitario e questo fino dai primi anni della CEE quando vennero attivati i grandi fondi strutturali, prima quello sociale e agricolo e poi quello di sviluppo regionale. Ma la vigilanza UE non poteva fermarsi qui, doveva anche – in particolare con la creazione della moneta unica – monitorare le dinamiche finanziarie nazionali per verificarne la compatibilità con le esigenze complessive del mercato europeo, in particolare a proposito degli sforamenti del deficit e della sostenibilità dei debiti pubblici nazionali, come avvenuto finora con il Patto di stabilità, oggi sospeso fino a che perdurerà la crisi in corso.

Tra gli strumenti di indirizzo sulle politiche di bilancio nazionali si è aggiunto una decina di anni fa il meccanismo del “semestre europeo”, con il compito di orientare le politiche fiscali verso un orizzonte di convergenza grazie all’adozione di priorità proposte dalla Commissione europea al Consiglio dei ministri. E’ quanto avvenuto ancora la settimana scorsa quando a Bruxelles sono state formulate raccomandazioni a tutti gli Stati membri per guidarli nel preparare i Piani nazionali di ripresa, in parte finanziati dal Recovery Fund, agganciato al bilancio 2021-2027. 

In particolare all’Italia è stato raccomandato di adoperarsi, non appena possibile, a perseguire politiche di bilancio che assicurino “la sostenibilità del debito, incrementando nel contempo gli investimenti”. Intanto le priorità per l’Italia devono essere fin da subito il rafforzamento del sistema sanitario, il lavoro e l’accessibilità al sistema di protezione sociale e investimenti sulla politica ambientale e la digitalizzazione. Per l’Italia un pro-memoria impegnativo, dal quale dipenderanno le attribuzioni dei fondi europei e la loro sorveglianza da parte delle Autorità comunitarie.

E’ bene avere tutto questo in mente quando, a metà giugno, saremo chiamati a valutare le decisioni del Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo. Qualunque esse siano, dovranno essere integrate in questo contesto comunitario e in quello di una politica italiana da anni incapace di riforme e da molti ritenuta poco credibile quando rivendica solidarietà senza accompagnarla con un’adeguata responsabilità nel governo della cosa pubblica. Come è avvenuto abbondando in spesa corrente a danno degli investimenti e consentendo un’evasione fiscale annuale di oltre 100 miliardi di euro (di cui è responsabile la mancata vigilanza nazionale), un volume oggi pari a quanto l’Italia vorrebbe ottenere dalla proposta franco-tedesca di 500 miliardi a fondo perduto.    

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