Iran: la minaccia nucleare 60 anni dopo Hiroshima?

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Calda quest’estate 2005 lo è stata non solo per il meteo e la siccità   che ne è derivata. Alta si è rivelata anche la temperatura politica e non solo nell’Italia delle «scalate» all’Ambroveneta e alla BNL con il controverso comportamento della Banca d’Italia e del suo discusso Governatore. E’ salita e sta salendo anche la temperatura della politica internazionale dove ai focolai di guerra tuttora roventi in Iraq e in Medio oriente si aggiunge e crepita sotto le braci quello dell’Iran dell’ultra-conservatore Ahmadinejad, uscito recentemente vincitore nella competizione elettorale con l’avversario non proprio progressista Rafsanjani.
Come dire che nemmeno troppo lontano dalle frontiere dell’Unione europea, alle molte tensioni già   esistenti, altre forse ancora più inquietanti se ne aggiungono. Oggetto della contesa è stata in questo mese di agosto la questione nucleare: da una parte l’Iran che insiste nello sviluppare la propria capacità   di un nucleare – sostiene – civile, dall’altra gli Stati che hanno firmato, non tutti con la stessa convinzione, il Trattato di non-proliferazione nucleare che considerano l’attività   nucleare iraniana avviata verso usi militari.
A 60 anni esatti dalla catastrofe nucleare di Hiroshima e Nagasaki questa vicenda rievoca angosce troppo presto archiviate come tragedie del passato. Archiviarle, perà², significa non leggere un presente segnato dalla caduta del Muro di Berlino, dalla successiva dissoluzione dell’Unione Sovietica e, conseguentemente dal venir meno dell’ «equilibrio del terrore» a cui non si è accompagnata, perà², l’eliminazione del terrore minacciato dalle potenze nucleari. E non ci sono solo – e già   erano tante – quelle sviluppatesi negli anni ’50 (USA, URSS, Cina, Gran Bretagna e Francia); a queste si sono aggiunte nello scorso secolo guerriero India, Pakistan e Israele e oggi inseguono Iran e Corea del Nord, due Paesi che Bush ha inserito nella lista degli «Stati canaglia», designazione che noi tutti – dopo l’Iraq – abbiamo ormai imparato che cosa possa significare.
Ora, mentre Bush tiene pronto il dito sul grilletto (è del 13 agosto una sua dichiarazione sulla possibilità   di un intervento armato in Iran), l’Unione europea conduce da mesi un paziente lavoro di mediazione (affidato a Francia, Gran Bretagna e Germania) che ha subito una preoccupante battuta d’arresto proprio nei giorni scorsi, con la decisione di Teheran di riattivare parte dei suoi siti nucleari la cui attività   era stata sospesa nel corso del negoziato. Sembra di assistere ad un brutto copione già   sperimentato con l’Iraq: da una parte l’UE, per adesso compatta, a cercare una soluzione politica grazie anche a contropartite economiche e commerciali e gli USA scettici sul negoziato, con Russia, Cina e Paesi non allineati alla finestra.
Benchà© velata dalla calura dell’estate e occultata dall’informazione nazionale sempre più concentrata sulle nostre non proprio esaltanti vicende finanziarie e politiche, è in corso una partita ad altissimo rischio e dall’esito incerto. A parte la difficoltà   di prevedere le mosse del regime ultra-conservatore e nazionalista del nuovo Iran (ma già   la recente formazione del governo non è di buon augurio); è chiaro che siamo nel pieno di una battaglia geopolitica di dimensioni mondiali nella quale la competizione per il controllo delle vecchie fonti energetiche come il petrolio si accompagna ad un rinnovato interesse per il nucleare rispetto al quale per qualche Paese sfumano gli incerti confini tra l’uso civile e quello militare.
La marcia apparentemente inarrestabile del costo del barile di petrolio e il malumore degli automobilisti è ben poca cosa rispetto alle prospettive ben più inquietanti di una guerra dell’energia – e con essa di nuovi rapporti di forza – tra USA, Cina, Russia e, a distanza, Unione europea. La quale, anche per questa ragione, è bene che ritrovi presto coesione, saggezza e ruolo nel governo di questo mondo pericolosamente «fuori controllo».

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