Integrazione

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Da: La Lettura – Corriere della Sera (31 dicembre 2016)

di Adriano Favole

Un paio di anni fa, nel novembre del 2014, Monsignor Luigi Bressan, appena eletto Presidente della Caritas, confessò di non amare il termine. “Dico no all’integrazione se significa eliminare la cultura degli altri e costringerli ad adottare la nostra. Meglio semmai la coesione, la reciprocità, un patto sulle relazioni umane”. Una presa di posizione significativa quella dell’arcivescovo emerito di Trento, se si tiene conto dell’importanza della Caritas nelle politiche dell’accoglienza e nella lotta alle vecchie e nuove povertà. In alcune recenti conferenze, Michela Murgia si è schierata contro l’integrazione: questo termine presenta una inquietante vicinanza a “integro” e a “integralismo” e trasmetterebbe l’idea di una società di per sé compatta, priva di faglie e rotture, minacciata dall’arrivo di migranti e soggetti “altri” che metterebbero in pericolo la sua integrità. “Non uso il termine integrazione”, ha dichiarato più volte la scrittrice sarda.

Anche sul fronte degli anti-immigrazione, l’integrazione non gode, e per ragioni molto diverse, di grandi simpatie. Intesa in genere come necessaria assimilazione dello straniero alle leggi, alle abitudini, alla cultura degli autoctoni, l’integrazione – riferita al mondo islamico – è spesso ritenuta irrealizzabile. “L’integrazione – titolava Vittorio Feltri un editoriale de Il Giornale dopo l’attentato di Lione dell’estate 2015 – è un sogno impossibile. L’Islam vuole solo ucciderci. Non possiamo più credere che europei ed arabi possano amalgamarsi”. Un versetto delle epistole di Orazio recita: Caelum non animum mutant qui trans mare currunt (“Coloro che attraversano il mare non mutano il loro animo, ma solo il cielo”): commentatori e siti della destra xenofoba lo citano, stravolgendone il significato originario, a prova del carattere fallimentare dei progetti di integrazione.

“Integrazione” è termine che gode di una certa fortuna nel lessico burocratico e istituzionale: l’ISTAT promuove studi sull’integrazione sociale, il Ministero del Lavoro ha istituito una Direzione generale dell’immigrazione e delle politiche di integrazione, il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica si occupa dell’integrazione degli alunni stranieri. Negli ultimi tempi, partecipando a incontri e conferenze su neo-razzismo e dintorni, mi è capitato spesso di sentire affermazioni di cautela verso il termine. “E’ un concetto che non mi piace, ma non saprei trovarne uno migliore”; “Vorrei parlarvi della cosiddetta integrazione”; “Uso il termine tra virgolette”, un’affermazione accompagnata in genere dal più classico dei gesti post-moderni, quello delle quattro dita che mimano un doppio click, un modo di affermare la presa di distanza critica da quanto si va dicendo.

Cosa succede all’integrazione? Perché è un concetto che, tutto sommato, piace poco? Da un punto di vista etimologico, “integrazione” è termine legato a “integro”, ovvero qualcosa che non ha subito danni, menomazioni, mutilazioni. E’ lo stesso aggettivo da cui derivano “integrale” (si dice di quei cibi in cui non si è provveduto a separare le componenti originarie), “integrato”, “integrità” e “integralismo”. In tegru(m) è l’intoccato o l’intoccabile, ciò che è incolume, casto, puro. I linguisti ci insegnano tuttavia che i termini vanno visti nel loro uso, nelle traiettorie semantiche che seguono, senza troppa ossessione per le radici e origini. In effetti, l’uso di “integrazione” riferito in modo particolare al modo in cui gli stranieri si incastonano nella società di “accoglienza” è piuttosto recente e pare che ci venga dall’inglese americano racial integration (“integrazione razziale”, pessimo termine che suggerisce l’esistenza di razze umane) e integrationist (“colui che crede in o supporta l’integrazione sociale”). Comunque sia, se guardiamo agli usi attuali del termine nel dibattito pubblico, la sensazione di ambiguità del termine è evidente e si ha l’impressione che, pur usando lo stesso concetto, molte persone lo associno a significati molti diversi.

“Integrazione” per certi versi suggerisce un processo, più che uno stato di fatto. Gli autori classici delle scienze sociali lo usavano in questa accezione. L’integrazione sociale è quell’insieme di forze che tengono insieme una società, attraverso una qualche forma di solidarietà. Emile Durkheim, per esempio, opponeva l’integrazione all’anomia. Quest’ultima situazione si registra quando gli individui sono troppo isolati o sono esclusi per discriminazione, disoccupazione o marginalità. L’esclusione e la mancanza di spazi collettivi portano all’anomia, mentre l’integrazione è quel processo che consiste nel fare, fabbricare società, un processo mai concluso e per nulla scontato e naturale, ma che si ottiene al contrario con politiche che mirano a rafforzare il legame sociale. Che si tratti di piccole comunità in cui prevale una solidarietà, diciamo così di prossimità; o di grandi società in cui la divisione del lavoro e l’azione di un governo nazionale facilitano lo “stare insieme” degli esseri umani, l’integrazione è un processo che va attentamente studiato e gestito.

L’integrazione, ha scritto di recente il giornalista francese Mustapha Harzoune, “nasce dal desiderio di vivere insieme, mantenuto dal legame sociale, nutrito di coesione sociale, un equilibrio tra permanenza e variazione, tra certezza e incertezza, tra l’identico e il differente, tra l’uno e il molteplice”. Siamo qui molto lontani da uno dei significati prevalenti dell’integrazione nel lessico della politica contemporanea, che ne fa un sinonimo di “assimilazione”, di “acculturazione”, di adattamento di individui e minoranze straniere ai dettami, alle regole, alle leggi e alla cultura delle maggioranze dominanti.

Ma, ancora una volta, cosa intendiamo con questo termine? Chi è il soggetto, chi fa l’azione di integrare? Ci sono due possibilità alquanto diverse (se non opposte). La prima è che l’integrazione faccia riferimento a un “noi” compatto, puro, autentico e a una serie di “altri” intesi come frammenti, scaglie di umanità la cui unica possibilità è quella di incastonarsi in quel tessuto ben ordito. E’ un’idea tranquillizzante e consolatoria, forse adatta a questi tempi di paure e crisi. La seconda possibilità è che, invece, l’integrazione sia un processo, una costruzione sociale in cui – stranieri o meno che siano – i soggetti umani sono cuciti in un tutto che è sempre incompleto, in divenire, in trasformazione.

A me pare che oggi il termine “integrazione” sia usato soprattutto nella prima accezione. La metafora dell’in-tegru(m), applicata alle società umane, finisce inevitabilmente per suggerire l’idea che esistano contesti “puri” che rischiano la contaminazione da parte di “sostanze” inquinanti. E soprattutto trasmette una sensazione di staticità, di immobilismo, come se i processi di fabbricazione sociale fossero garantiti e automatici. Il problema delle metafore, diceva George Lakoff, è che una volta che ti metti a cavalcarle è difficile scenderne. La metafora dell’integrazione ha un difetto principale, la difficoltà a trasmettere l’idea della trasformazione e della creatività, due tratti importanti di ogni società umana.

 

Le riflessioni presentate in questo articolo sono scaturite da un lavoro seminariale condotto dall’autore con gli studenti del corso di Cultura e Potere (Corso di Laurea in Antropologia Culturale e Etnologia, Dipartimento di Culture, Politica e Società, Università di Torino). Per approfondire il tema si possono consultare: Abdelmalek Sayad, La doppia assenza, Raffaello Cortina, 2002;  Richard Münch, Integrazione sociale, Enciclopedia delle Scienze Sociali, Treccani 1994; Dominique Schnapper, Qu’est ce que l’intégration?, Gallimard, 2007. L’articolo di Mustapha Harzoune, Que faut-il entendre par intégration ? è pubblicato sul sito : http://www.histoire-immigration.fr/. Sul pensiero metaforico: George Lakoff e Mark Johnson, Metafora e vita quotidiana, Bompiani, 2004.

 

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