Il fronte fragile del diritto internazionale

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Attorno al 1950, a pochi anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, il mondo si trovò a doversi dotare di nuovi assetti politici, economici e militari. L’Occidente in particolare aprì numerosi cantieri nei quali presero forma nuove Istituzioni, dall’Organizzazione per la cooperazione economica europea (OECE, oggi OCSE) nel 1948, all’Alleanza Atlantica (NATO) e al Consiglio d’Europa nel 1949, fino alla prima Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA) nel 1950.

In quegli stessi anni si sviluppò anche un intenso lavoro per dotare il mondo e l’Occidente di strumenti giuridici internazionali e nazionali con l’obiettivo di salvaguardare la pace, vegliare a una pacifica convivenza dei popoli e tutelare l’uguaglianza e i diritti fondamentali delle persone. Fu l’intensa stagione delle Carte costituzionali europee e delle fondamentali Dichiarazioni e Convenzioni del diritto internazionale.

Per citare solo alcune delle costituzioni europee, è del 1946 la prima Costituzione del dopo-guerra francese (rivista poi a più riprese, in particolare nel 1958), del 1947 quella italiana e del 1949 la Legge fondamentale tedesca: ognuna con caratteristiche proprie, tra le quali spicca la centralità francese della sovranità nazionale, ma tutte tendenti a ricostruire e salvaguardare lo stato di diritto, tragicamente calpestato in Europa fin dall’indomani della Prima guerra mondiale.

Negli stessi anni prendono forma anche importanti Carte e Dichiarazioni di dimensione transnazionale: nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni unite e nel 1950 l’adozione, da parte del Consiglio d’Europa, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo,  entrata in vigore nel 1953 e affidata alla giurisdizione della Corte europea dei diritti dell’uomo, con sede a Strasburgo, da non confondere con la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, attiva in Lussemburgo.

Gli avvenimenti di questi ultimi tempi, segnati in Europa da attentati terroristici e dal conseguente rafforzamento delle misure di sicurezza, stanno esercitando forti pressioni sul diritto internazionale, mettendone a rischio i principi fondamentali, come già era avvenuto negli USA all’indomani dell’attentato alle Torri gemelle.

Rischi di questa natura si stanno manifestando particolarmente in Francia, sotto la spinta emotiva provocata dal terrorismo stragista e in presenza di una difficile competizione elettorale che potrebbe aprire la strada verso il governo della Repubblica all’estrema destra del Front National di Marie Le Pen. In questo contesto si collocano le dichiarazioni del Presidente francese, François Hollande, sull’instaurazione dello “Stato d’urgenza” e la proroga della sua durata, con un eventuale modifica costituzionale che comporterebbe anche forti limitazioni al mantenimento della nazionalità da parte di chi mettesse in pericolo la sicurezza dello Stato e dei suoi cittadini. Non meno rilevante l’intenzione, formalmente annunciata, al Consiglio d’Europa di possibili deroghe alla ricordata Convenzione europea dei diritti dell’uomo, in particolare per ridurre le garanzie dei diritti individuali a fronte delle esigenze dello Stato in nome della sicurezza nazionale.

Per una singolare coincidenza, l’indebolimento in Francia delle tutele previste da ordinamenti giurisdizionali internazionali avviene praticamente negli stessi giorni in cui il Parlamento russo, la Duma, ha votato una legge che pone la Corte costituzionale russa al di sopra della giurisdizione internazionale della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E questo nonostante che la Convenzione sia stata ratificata dalla Russia fin dal 1998: si tratta anche qui di un atteggiamento dettato dal primato della sovranità nazionale rispetto al diritto internazionale, argomentando sulla “supremazia assoluta” della legge fondamentale russa.

Benché formatasi in opposizione alle sentenze della Corte europea di valenza economica e fiscale, la vicenda russa manda un’eco inquietante nel momento in cui Hollande, alla ricerca di un’alleanza militare con Putin e invocando lo “stato di guerra”, annuncia l’intenzione di derogare anch’egli alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Non siamo ancora alla decostruzione dello Stato di diritto, al punto di essere tornati nella prima metà del secolo scorso, ma sarebbe bene fermarsi prima che sia troppo tardi, vista la cattiva salute delle nostre democrazie o delle quasi-democrazie in quell’Occidente che da 65 anni cerca di lasciarsi alle spalle dittature e regimi autoritari, anche grazie agli strumenti del diritto internazionale.

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