Il Comitato economico e sociale europeo discute della crescita dell’antisemitismo

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Il presidente del CESE Luca Jahier ha affermato che tale questione tocca il cuore dei valori europei

Nonostante molti ritengano che si tratti di un fenomeno appartenente al passato, l’antisemitismo si sta riaffacciando in Europa in un modo del tutto inaspettato, basti pensare che in Francia e Germania gli atti antisemiti sono cresciuti rispettivamente del 74% e del 60%.

Nel corso del 2018, l’Agenzia dei diritti fondamentali dell’Unione Europea ha svolto un’inchiesta su 16.500 persone di religione ebraica in 12 Stati membri dalla quale sono emersi dati allarmanti: il 90% degli intervistati ha dichiarato di percepire una crescita dell’antisemitismo e il 30% ha raccontato di essere stato vittima di vessazioni. Pare, dunque, evidente che chi si trova a vivere una situazione simile presenti uno stato di preoccupazione costante, tantoché il 38% degli interpellati ha espresso la volontà di emigrare.

Il Comitato economico e sociale europeo (CESE) ha, dunque, invitato alla sua 543ª sessione plenaria Raya Kalenova (Congresso ebraico europeo), Michał Bilewicz (Centro di ricerca sui pregiudizi dell’Università di Varsavia) e Joël Kotek (Université libre de Bruxelles) per discutere del tema dell’antisemitismo in Europa.

In apertura del dibattito, durante il quale molti membri del Comitato hanno espresso il proprio sostegno alla comunità ebraica e ribadito l’impegno contro la discriminazione delle minoranze, il presidente del CESE Luca Jahier ha affermato che tale questione tocca il cuore dei valori europei: «Visti i recenti avvenimenti, non possiamo in alcun caso abbassare la guardia e dare per acquisita la pace che abbiamo conosciuto in Europa in questi ultimi sessant’anni. Sebbene i nostri diritti fondamentali siano sanciti dall’articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea, dobbiamo difenderli giorno dopo giorno».

Raya Kalenova ha ricordato il senso crescente di urgenza che prova il Congresso ebraico mondiale a causa degli attacchi perpetrati nei luoghi di culto, nelle istituzioni comunitarie e altresì nei negozi e nelle case delle persone ebree. È addirittura diventato pericoloso indossare una kippah in pubblico e chiunque dichiari la propria appartenenza all’ebraismo sui social network si espone di fatto alle vessazioni.

Oltre a evidenziare come soltanto un giovane su dieci conosca la storia dell’Olocausto, Kalenova ha affermato: «Oggi noi vogliamo far comprendere alle persone che l’antisemitismo non rappresenta solamente un pericolo per la comunità ebraica. Gli estremisti guadagnano terreno e i moderati non si fanno sentire abbastanza. Populismo, intolleranza e xenofobia minacciano i nostri principî fondamentali».

Michał Bilewicz ha ricordato che un sondaggio realizzato nel 2017 aveva messo in luce come in Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca e Bulgaria un abitante su quattro o su cinque non accettasse di avere un vicino ebreo. Nell’Europa dell’Est in particolare, la crescita dell’antisemitismo è attribuita agli ebrei stessi dal 25% delle persone; il 50% dei polacchi, il 37% degli austriaci e il 32% dei tedeschi ritengono, inoltre, che gli ebrei approfittino dell’Olocausto.

Joël Kotek ha sottolineato come «la teoria del complotto che attribuisce un potere eccessivo agli ebrei ha fatto ritorno nella nostra società, nei media e talvolta nei nostri Parlamenti». L’odio nei confronti degli ebrei è, dunque, più tangibile che mai, al punto che sono diventati addirittura uno dei bersagli del movimento dei cosiddetti “gilets jaunes” in Francia.

Kotek ha, infine, rimarcato che «[l]a popolazione ebraica è in declino in Europa. La Polonia contava 3,3 milioni di ebrei prima della Seconda guerra mondiale; oggi non sono che una ventina di migliaia. È per questo motivo che è importante normalizzare le nostre relazioni».

Per approfondire: il comunicato del CESE

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