Guerre e tensioni alle frontiere dell’Europa

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In questo anno centenario dell’inizio della prima guerra europea e mondiale, forti sono le tensioni e gli inquietanti tuoni di guerra che si sentono ai confini di questa nostra fragile Unione Europea, sia ad Est che a Sud del Mediterraneo.

A est, dopo solo dieci anni dall’adesione di molti Stati membri, una volta appartenenti allo spazio dell’ex Unione Sovietica, si sta consumando una guerra sulla frontiera fra Unione Europea e Russia, una guerra che si annida nelle irrisolte conseguenze di uno sconvolgimento geopolitico avvenuto con la caduta del Muro di Berlino nel 1989. Questa guerra si combatte in Ucraina, Paese di periferia e di recente indipendenza, emblematicamente diviso oggi fra la scelta di un percorso verso l’Unione Europea e il ritorno verso una Russia sempre più intenzionata a sanare le ferite di un traumatico crollo e a ricuperare un ruolo significativo sullo scacchiere internazionale. Una guerra tra Est e Ovest del Paese, che ha già avuto come primo risultato l’annessione della Crimea da parte della Russia. La tensione non accenna a diminuire ed è oltremodo salita con l’abbattimento di un aereo in transito sulla zona di conflitto, provocando centinaia di vittime, con reciproche e contradditorie accuse di responsabilità, segnando un passo avanti nell’irrigidimento delle relazioni fra Russia e Stati Uniti e, in minor misura, fra Russia e Unione Europea. Una prospettiva inquietante che riduce i margini di manovra della diplomazia e rimette contemporaneamente sotto i riflettori tutte le immaginabili conseguenze di un non dialogo, perché proprio a quelle frontiere, diventate anche frontiere della NATO, si gioca effettivamente il superamento di una vecchia guerra fredda e il futuro di nuove relazioni internazionali che si annunciano sempre più interdipendenti, in presenza di nuovi ed emergenti attori ma anche con l’assenza di soggetti capaci di favorire mediazioni.

A loro volta le frontiere dell’Unione a sud del Mediterraneo sono particolarmente sotto tensione per l’acuirsi di antichi e nuovi conflitti, in un contesto di percettibile ridisegno di frontiere fisiche e confessionali che richiamano in causa una storia lontana e recente di significativi cambiamenti. È sotto gli occhi di tutti, in primo luogo, il riaccendersi di una nuova guerra fra Israele e la Striscia di Gaza, un pezzo di quella Palestina alla quale, nel suo insieme e da sessant’anni a questa parte, non è stato concesso di disegnare i confini di un suo Stato e di vivere in una prospettiva di pace. Oggi, ancora una volta, a parlare sono le armi e le risposte sono dolore e un odio sempre più difficile da fermare. Accanto ad Israele, una guerra civile che si consuma da tre anni a questa parte in Siria, senza prospettive di una soluzione diplomatica e in piena evoluzione per quanto riguarda il profilo politico degli attori in conflitto. E accanto alla Siria, l’Iraq, in piena destabilizzazione e disintegrazione ad opera di un aggressivo Stato islamico o Califfato, recentemente istituito, che proietta le sue oscure ambizioni fondamentaliste sul disegno di nuove frontiere e di nuove opposizioni all’interno di una comune e divisa comunità islamica.

Questa realtà alle nostre frontiere si traduce anche con lo sbarco alle porte dell’Europa di tutto il carico di tragedia e sofferenza portato da chi fugge dalla guerra e cerca umana e rispettosa protezione. L’Unione Europea, quell’Unione nuova e necessaria per fare fronte alle tragiche sfide che si consumano alle sue periferie, non può più permettersi silenzio e divisioni interne. Le sono più che mai necessarie una politica estera comune e una politica dell’immigrazione basata sul rispetto dei diritti fondamentali e della solidarietà fra gli Stati; le serve coraggio politico e lungimiranza per continuare a garantire la pace non solo al suo interno ma anche alle sue frontiere, perché è solo nella pace che può garantire il suo futuro.

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