Grecia: vigilia ad alta tensione

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Non sono stati giorni tranquilli per i negoziatori del contenzioso UE – Grecia quelli della settimana scorsa in occasione del vertice di Riga. E adesso, dopo l’annuncio del governo ellenico dell’impossibilità di continuare a rimborsare i prestiti ottenuti, il “caso greco” sta per arrivare, forse, alle sue ultime battute e il negoziato in corso potrebbe essere finalmente alla vigilia di una conclusione.

Si tratta di un contenzioso che dura ormai da cinque anni, innescato dal dissesto finanziario greco e diventato nel tempo un conflitto politico nell’Unione Europea, con rischi di rotture istituzionali – fuori dall’euro/fuori dall’UE – per non parlare dell’inarrestabile crisi economica e sociale di cui è vittima la Grecia.

Per dirla tutta, o quasi, la storia del conflitto attuale comincia da lontano, fin da quando la Grecia, uscita malconcia dalla “dittatura dei colonnelli” (1967 – 1974), fece il suo ingresso nell’allora Comunità europea nel 1981 e, vent’anni dopo, nell’euro. Paese con un peso modesto nell’Unione Europea, sia per popolazione che per ricchezza economica (in entrambi i casi, attorno al 2% rispetto alla UE), la Grecia ha una straordinaria rilevanza nella storia culturale e politica non solo dell’Europa e una posizione geostrategica molto sensibile nel Mediterraneo, da una parte per i suoi tradizionali rapporti ravvicinati con l’URSS e oggi con la Russia e, dall’altra, per la sua contiguità territoriale con la Turchia. Se a questo si aggiungono le drammatiche vicende della seconda guerra mondiale e le violenze subite dai nazisti, il quadro non manca attualmente di tensioni in parte irrisolte.

A gennaio 2015, con la vittoria della coalizione di sinistra Syriza, guidata da Alexis Tsipras, il lungo contenzioso finanziario tra Atene e Bruxelles si è radicalizzato a fronte della domanda popolare greca di mettere fine alla cura di austerità imposta dalla “Troika”, composta dalla Commissione europea, la Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale, nel loro ruolo di soggetti creditori determinati a ottenere il rimborso dei loro prestiti, prima di procedere a qualunque altro sostegno finanziario alla Grecia in permanente difficoltà.

Da una parte dunque i creditori – tra questi anche l’Italia esposta per circa 40 miliardi di euro – e dall’altra il nuovo governo Tsipras, impegnato a mantenere almeno le più importanti promesse elettorali nonostante i costi economici che ne derivano, come nel caso delle pensioni e dei salari. Costi giudicati fuori misura dai creditori e tali da rendere impossibile, ai loro occhi, un ulteriore sostegno alla Grecia. E questo nonostante che il governo abbia ormai le casse vuote e a giorni non sia più in grado di pagare stipendi e pensioni.

E arriviamo così alle ultime ore del negoziato tra Bruxelles e Atene: l’ultima data fissata per chiudere sembrano essere i primi giorni di metà giugno. In caso di mancata soluzione gli scenari non sono banali: a Atene il governo Tsipras rinuncia a importanti promesse elettorali o ritorna davanti all’elettorato con un referendum o nuove elezioni; a Bruxelles i creditori o consentono qualche forma di deroga ai patti sottoscritti dal precedente governo greco o lasciano la Grecia in preda a un fallimento finanziario dalle conseguenze imprevedibili. Tra queste, la possibile ma problematica uscita della Grecia dall’euro, senza che ciò implichi automaticamente l’uscita dall’Unione Europea, anche per non creare rischi geopolitici nel Mediterraneo, che di tutto ha bisogno meno che di questo. Per chi se ne fosse dimenticato, la Grecia è anche membro dell’Alleanza atlantica (NATO), con tutto quello che può conseguirne.

Ma soprattutto non va dimenticato che cosa rappresenta la Grecia per questa Europa: una delle radici da cui si è sviluppata la nostra civiltà, una realtà infinitamente più importante dei suoi debiti, cresciuti nel tempo anche per la responsabilità dell’UE, e di alcuni suoi Paesi membri, come la Germania. Adesso ognuno faccia la sua parte, i più forti con maggiore impegno dei più deboli, perché è somma ingiustizia fare parti uguali tra disuguali, specie se la disuguaglianza è prevalentemente quella dei soldi.

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