Gli algerini non si arrendono

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Il 12 dicembre scorso si sono svolte le elezioni presidenziali in Algeria. Si trattava di un appuntamento significativo che, agli occhi di un vecchio sistema politico inquieto ma sempre più sordo di fronte alle tenaci manifestazioni di piazza, doveva porre fine ad una delicata transizione politica.

Sono state, al contrario, elezioni che hanno segnato con chiarezza e fermezza il rifiuto, da parte della maggioranza della popolazione, di accettare elezioni che riconfermassero gli esponenti di una vecchia classe politica rigida, racchiusa da più di vent’anni in una gestione monopolistica del potere e incapace di rispondere a richieste di rinnovamento totale e di grandi riforme istituzionali e democratiche.

La partecipazione al voto è stata rivelatrice al riguardo: solo il 39,83% degli aventi diritto si è recato alle urne, un’astensione mai vista in Algeria e inferiore di ben dieci punti rispetto alle precedenti elezioni del 2014 per il quarto mandato presidenziale di Abdelaziz Bouteflika. Ed è appunto con la presentazione della candidatura per un quinto mandato dello stesso Bouteflika nello scorso febbraio, persona malata e ormai incapace di governare il Paese, che gli algerini hanno sentito tutto il peso di un sistema corrotto, fortemente imbrigliato al potere dell’esercito e senza rispetto per il popolo.

Sarà infatti il capo di stato maggiore, il generale Ahmed Gaid Salah, ad orientare la continuità politica del Paese dopo le dimissioni di Bouteflika, a voler riportare l’Algeria sugli stessi binari e ad affrontare le manifestazioni (Hirak) ormai divenute sempre più imponenti e costanti da quel 22 febbraio, giorno in cui ebbero inizio. E’ stato il Generale a volere queste elezioni, quasi ad immaginare e ad imporre una legittimità politica ad un Paese in pieno fermento e deciso a conquistare, con la fermezza e la non violenza, una profonda  riforma delle sue Istituzioni, una nuova Costituzione e il rispetto dei diritti fondamentali, tutti ingredienti necessari per la costruzione di una democrazia e di uno stato di diritto. Non solo, ma decisi anche a lottare, in un Paese ricco di risorse energetiche,  per migliori condizioni di vita e per un futuro meno incerto per una popolazione composta, per circa la metà, da giovani di meno di 25 anni.

Il Presidente eletto, Abdelmadjid Tebboune, ex Primo Ministro dell’era Bouteflika, senza una legittimità politica e un sostegno da parte della popolazione, dispone di margini di manovra estremamente limitati. E’ chiaro tuttavia che in Algeria si apre una nuova pagina di storia e un nuovo rapporto fra la popolazione e il regime. Se finora le reazioni dell’esercito sono state contenute, anche se, in questi ultimi giorni si sono fatte molto più violente, tanto da essere denunciate da Amnesty International, pesa tuttavia sul prossimo futuro un forte ed inquietante punto interrogativo.

L’Algeria è un Paese importante agli immediati confini meridionali dell’Unione Europea. Non solo per le sue risorse energetiche ma anche e soprattutto per ragioni di stabilità in una regione attraversata da molteplici conflitti. Sarebbe altrettanto importante che la stessa Unione non sottovalutasse la situazione e continuasse ad esprimere in modo univoco la sua preoccupazione per il rispetto dei diritti umani e la sua condanna ad ogni forma di violenza nei confronti di una popolazione che chiede democrazia e giustizia sociale.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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