Giovani e lavoro nell’“Italiaeuropa” di oggi e di domani

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Intervista a Marco Bentivogli, segretario generale dei metalmeccanici Fim-Cisl

di Franco Chittolina

su La Guida del 13 dicembre 2018

 

Marco Bentivogli, segretario generale dei metalmeccanici Fim-Cisl, interverrà a Cuneo lunedì 17 dicembre, alle 18, nella sala Falco in Provincia (corso Dante 41) in un incontro-dibattito aperto a tutti. Sul tema di grande attualità “Italiaeuropa, per i giovani e per il lavoro” introdurrà il dibattito Franco Chittolina (Apice) e lo intervisteranno i giovani di “Monviso in movimento” che organizza l’incontro.

A Bentivogli abbiamo posto alcune domande sulla realtà di oggi e del prossimo futuro del mondo del lavoro, del sindacato, dello stato sociale, dell’Europa.

 

Bentivogli, lei è segretario generale della Federazione italiana metalmeccanici (Fim) della Cisl dalla fine del 2014. Nel 2016 ha scritto un libro “Abbiamo rovinato l’Italia?” che dovrebbe aver turbato il sonno a qualche sindacalista e non solo.  Della deriva del sindacalismo di oggi ha offerto una lettura severa. A tre anni di distanza conferma quel giudizio?

Assolutamente sì. Nel mio libro “Abbiamo rovinato l’Italia? Perché non si può fare a meno del sindacato” ho fatto autocritica sulle ragioni che hanno visto il movimento sindacale in crisi d’identità, di valori e di rappresentanza.

Ma è un atto d’amore per il luogo più bello dove impegnarsi e che racconta quello che stiamo facendo per rilanciare il sindacalismo. La crisi di tutti i corpi sociali si affronta facendo, come scrivo nel libro, scelte Radicali, Rifondatrici, Rigeneratrici. Un sindacato che vuole essere credibile con i lavoratori, oltre a restare al loro fianco nei momenti difficili, deve saper distinguere tra chi lavora bene e chi fa il “furbetto”. Difendere i diritti senza sanzionare gli abusi fa sì che alla fine gli abusi erodano i diritti.

Per questo un corpo sociale intermedio, qual è il sindacato, ha senso se rappresenta qualcuno, ma anche se ha un progetto di cambiamento. Se ciò fino a oggi è avvenuto, pur con dei limiti, bisogna chiedersi come il sindacato sarà in grado in futuro di svolgere questo ruolo di rappresentanza.

Se non riuscirà a farlo, diventerà sempre meno significativo per i lavoratori e per la società. La grande sfida che abbiamo di fronte oggi è la digitalizzazione del lavoro e interessa l’essenza stessa dell’umanità, il nostro senso del sé. Per questo abbiamo davanti un compito molto difficile: bisogna uscire dalle logiche novecentesche, coltivare uno spirito di frontiera, disegnare su un foglio bianco il futuro per intercettare e rappresentare le esigenze nuove del lavoro. Serve un progetto che sappia incarnare la speranza di una nuova condizione umana.

Dopo l’uscita di quel libro il mondo politico italiano ed europeo ha registrato alcuni eventi importanti: in Italia la sconfitta sulla riforma della Costituzione, in Gran Bretagna la vicenda di Brexit, la vittoria di Emmanuel Macron alle elezioni presidenziali francesi e la sua successiva perdita di consenso. E adesso siamo alle prese con forti tensioni tra il governo italiano e l’Unione Europea per gli sforamenti previsti dalla legge di bilancio. È cambiato tutto o i segnali della successiva involuzione c’erano già tutti?

Diciamo che esiste un problema di percezione della realtà, alimentato anche dal combinato disposto di una bassa qualità dell’informazione e da analfabetismo funzionale di molti strati della popolazione, che sta destabilizzando tutte le democrazie liberali e con esse il più grande ed evoluto progetto politico degli ultimi secoli, l’Europa appunto.

Non a caso, non si sente parlare di populismi in Russia né in Cina né in altre nazioni dove la libertà è solo di facciata. Un problema, quello delle democrazie liberali, che indaga molto bene, almeno per il nostro Paese, Giovanni Orsina nell’ultimo saggio “La democrazia del narcisismo”. Brexit, il referendum costituzionale in Italia, la recente rivolta dei gilet gialli, sono fenomeni che se per un verso pescano nel malcontento legato in parte a innegabili problemi di diseguaglianza e redistribuzione della ricchezza, dall’altra sono conseguenza diretta di una errata percezione della “soglia di slancio” che tutti, nel mondo occidentale, vogliono incessantemente spostare sempre più in alto.

L’emotività è il terreno in cui s’incunea una parte della politica nazionale e internazionale anche attraverso i social media e il fenomeno delle fake news, fino a destabilizzare intere nazioni. Brexit è un caso esemplare.

Per quanto riguarda il nostro Paese l’ultimo rapporto Censis sulla società italiana al 2018 è illuminante: siamo in preda a “una sorta di sovranismo psichico prima ancora che politico”, che “talvolta assume i profili paranoici della caccia al capro espiatorio, quando la cattiveria – dopo e oltre il rancore – diventa la leva cinica di un presunto riscatto e si dispiega in una conflittualità latente, individualizzata, pulviscolare”. La situazione è preoccupante ma bisogna lavorare per ridare speranza e capacità di lettura dei fatti alle persone. Come sindacato abbiamo una grande responsabilità: dobbiamo tornare a essere tra i soggetti educatori perché spesso è proprio tra la nostra base di iscritti che pesca consenso il populismo.

In questi anni di difficili lotte sindacali (quelle per l’Ilva fra tutte) lei ha cercato di declinare le proposte della Fim al futuro: utili le riflessioni sulle occasioni perdute, ma più importante lavorare al futuro, anche con un dialogo politico aperto e possibili alleanze trasversali. A che punto siamo con il contrasto al nazionalpopulismo nostrano?

Il caso Ilva è stato per anni un grande cartello con su scritto: “Non investite da noi”. Alla faccia del sovranismo, abbiamo ceduto la nostra sovranità industriale agli altri Paesi, regalando per anni consistenti fette di mercato dell’acciaio, mentre noi, invece di trovare una soluzione che tenesse insieme ambiente e produzione siderurgica, litigavamo su tutto.

Fortunatamente alla fine ha prevalso il buonsenso. Ma non basta. Le trasformazioni in atto sono epocali e richiedono capacità di visione e politiche di lungo respiro che guardino almeno ai prossimi 20, 30 anni. Invece qui si ragiona, se va bene, guardando alla prossima elezione. Se vogliamo bene a questo Paese e alla nostra libertà dovremo investire di più in formazione delle persone, in tecnologia, in infrastrutture. Ma ciò va fatto mettendo da parte le ideologie. Siamo un Paese zavorrato da un passato che pesa sul presente e sembra sbarrare il passo al futuro. E invece il futuro è tutto da scrivere e dipende solo da noi la direzione da fargli prendere.

A Cuneo, lunedì 17, lei è atteso per un confronto dal titolo: “Italiaeuropa, per i giovani e il lavoro”. Un tema impegnativo, anche questo da declinare al futuro, tanto per l’Italia e per l’Europa (in una parola sola) che per il lavoro e i giovani che stentano a trovarlo. Quali “istruzioni per l’uso” di questo futuro già cominciato? E quale sostegno potrebbe venire dai molti movimenti civici in cantiere”?

Non abbiamo alternative all’Europa e stare in Europa ci conviene. L’Europa è la prima economia al mondo e la più grande aera del pianeta dove si vive in pace, c’è benessere diffuso (nonostante le diseguaglianze), un welfare state che garantisce sanità e pensioni ecc. Chi dice che si stava meglio prima, che era meglio la lira, dice fesserie prive si senso.

Lo spiega benissimo Carlo Stagnaro nel libro “Cosa succede se usciamo dall’euro”. L’Europa ha regalato un periodo di pace e benessere lunghissimo al continente. Questo oggi a chi non ha vissuto le guerre del ‘900 non dice nulla e non suscita nessuna emozione, ma va ricordato.

La realtà è che stare in Europa ci conviene sia sul piano economico sia per la stabilità politica. È vero che negli ultimi anni il progetto europeo si è appannato e che l’ispirazione dei fondatori, da Schumann a De Gasperi a Adenauer, è stata messa in ombra da un’architettura istituzionale forse troppo attenta al bilanciamento degli interessi nazionali e troppo poco alla costruzione di una comune identità politico-culturale.

Tuttavia i risultati conseguiti sono enormi. Il rafforzamento del pilastro sociale, di cui non a torto si lamenta la debolezza, va perseguito a tutti i costi, ma non a detrimento degli spazi di libertà per persone, imprese e lavoratori. L’idea di una “fortezza Europa” chiusa ermeticamente a influenze esterne finirebbe per agevolare, anche all’esterno, le risorgenti tentazioni sovraniste. Lo dico pensando anche a quel che è avvenuto negli ultimi anni sull’immigrazione: l’egoismo chiama l’egoismo. La Brexit suona anche da questo punto di vista come un monito: pochi media ne parlano, ma oggi la gran parte delle imprese sta lasciando l’Inghilterra.

L’economia britannica frena e sono previsti nei prossimi cinque anni tagli del 7% ai servizi. Solo nel 2025 i salari risaliranno ai livelli 2008.

Chi ci rimette veramente sono i lavoratori e i ceti popolari.

 

Franco Chittolina

 

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