“Germania, Germania, al di sopra di tutto”?

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Quelle del titolo sono le prime parole dell’inno nazionale tedesco, scritto nel 1841, vietato dagli Alleati nel 1945 e ridiventato inno nazionale nel 1952, purgato dalle prime due strofe, tra cui quella appena citata. Verrebbe da pensare che sono vicende del passato, se non fosse che la Germania, tornata unita nel 1990, ha rafforzato pacificamente in Europa il suo ruolo fino a diventare il perno dell’Unione Europea, quasi a rievocare di nuovo quella prima strofa.

Le elezioni di domenica 26 settembre, sono chiamate a designare un successore ad Angela Merkel, che alla Cancelleria c’è stata per 16 ininterrotti anni: una straordinaria longevità per una democrazia moderna, che non può non pesare sul futuro della Germania e su quello dell’Europa. Al punto che a qualcuno potrebbe venire da pensare, mutatis mutandis, al Cinque maggio di Manzoni quasi che, come per Napoleone, alla partenza di Angela “Orba di tanto spiro,/ così percossa, attonita/la terra al nunzio sta”. Meglio fermarsi qui e non esagerare né forzare la storia che continuerà al ritmo che le detterà il mondo, certo la Cina più dell’Europa, e anche della Germania.

Resta tuttavia che l’evento è importante e apre scenari ancora difficili da decifrare, comunque avvenga la successione, probabilmente confrontata ad una difficile composizione del nuovo governo.

La “stagione Merkel” è stata non solo lunga, ma anche densa di avvenimenti per la Germania, ritornata unita e per l’Europa che, dopo l’abbattimento del Muro di Berlino, si è anch’essa molto allargata senza riuscire ad essere in egual misura unita. E qui sorge una prima riflessione sulla Germania, cresciuta in popolazione e in ricchezza in un’Unione privata di 60 milioni di cittadini britannici, e che ha superato meglio di altri Paesi crisi finanziarie ed economiche, protetta anche da una stabilità politica sconosciuta ai più nell’UE.

Inevitabili e comprensibili le celebrazioni che accompagneranno Merkel all’uscita dalla Cancelleria, magari lasciando in ombra i primi anni di mandato che furono di apprendistato per questa “ragazzina” – così la chiamava il suo “padrino” Helmuth Kohl – venuta da est, segnata da una radicata cultura luterana e forte della sua formazione scientifica. Dimensioni queste che si sarebbero manifestate nella sua attività politica, disponibile al compromesso ma rigorosa senza troppa fantasia, determinata senza eccessi di coraggio, ma fedele agli interessi della Germania da intrecciare con quelli europei, facendo girare il “motore franco-tedesco” e tenendo d’occhio il rispetto delle regole economiche da parte dei Paesi meridionali dell’UE.

Alla Merkel va riconosciuto il merito di aver reso possibile in fine mandato, nel luglio 2020, il “miracolo” della solidarietà europea – e tedesca – tradottosi nel “Recovery fund” e nella creazione inattesa di un debito comune da sempre osteggiato dalla politica tedesca e, sul fronte esterno, aver tenuto la schiena dritta di fronte alle aggressioni di Donald Trump, chiamando l’Unione ad assumersi le sue responsabilità. Un invito tutto sommato tardivo per chi da anni aveva “governato” l’Unione, docile verso gli Stati Uniti cui la Germania doveva, insieme all’Unione Sovietica, la vittoria sul nazismo.

Il suo lungo mandato è coinciso, nella sua parte finale, con il ritorno sulla scena politica di forze nostalgiche del passato tedesco, più nella parte orientale della Germania che in quella occidentale, rivelando il persistente malessere degli ultimi arrivati e la difficoltà di realizzare una compiuta coesione sociale nel Paese. Tutto questo senza impedire alla Merkel una sorprendente apertura ai migranti siriani, salvo poi bloccare i flussi migratori da est grazie a un accordo europeo con la Turchia.

Dirà la storia i meriti maturati dalla Merkel in Germania, sicuramente tanti, e quelli in Europa, dove la sua guida è stata improntata più a una prudente saggezza che non a slanci di innovazione: un’eredità che sarà difficile da gestire nella stagione turbolenta che viviamo.

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