Germania Francia Italia: il triangolo che manca

Le polemiche di questi giorni tra Italia e Francia, scatenate da discutibili accuse sulle responsabilità post-coloniali francesi nella vicenda dei migranti, hanno molto il sapore di propaganda elettorale con la vecchia ricetta che consiste nel ricorrere a sceneggiate di politica estera quando la politica interna è in difficoltà.

E che sia in difficoltà la politica interna italiana, con promesse elettorali difficili da mantenere in clima di recessione economica, è superfluo ricordarlo. Come è superfluo intravedere qualcosa di simile nella crisi interna che vive la Francia con i gilet gialli contrari alla politica fiscale di Emmanuel Macron, in crescente difficoltà a venire a capo di queste proteste.

E’ un conflitto combattuto con armi improprie, con parole in libertà e i dispetti dei controlli alle frontiere, in vista delle elezioni del Parlamento europeo del maggio prossimo: tema sul quale ne vedremo delle belle nei prossimi mesi, con grande fantasia di accuse e balle spaziali.

E tuttavia le vicende di questi giorni, depurate dalla propaganda del momento, offrono qualche spunto interessante per riflettere al futuro dell’Unione Europea.

A partire da una singolare coincidenza: nelle stesse ore in cui rappresentanti del governo italiano attaccavano quello francese, portando sul banco degli accusati il modesto franco CFA, moneta di riferimento in Africa centrale agganciata all’euro, il presidente francese Macron  firmava ad Aquisgrana, la città di Carlo Magno, un nuovo patto con la Germania della Cancelliera Angela Merkel.

Un rito ad alto valore simbolico, anche se con un peso politico non comparabile al Trattato firmato nel 1963 da Charles De Gaulle e Konrad Adenauer a sostegno di quel motore franco-tedesco che avrebbe guidato per anni il processo di integrazione europea.

Da allora i tempi sono cambiati. Germania e Francia, pur rimanendo due attori importanti di quel processo, divergono tra loro per molti fattori: da quello demografico, divaricatosi con l’unificazione tedesca del 1990, a quello finanziario ed economico amplificatosi in questi anni di crisi; da quello commerciale, con il competitivo export tedesco, fino a quello politico, con il reciproco logoramento di entrambi i governi che ha ridotto la spinta propulsiva di Macron in favore dell’UE e aumentato la riluttanza della Cancelliera a farsi carico di riforme sensibili, come la creazione di un ministro europeo delle finanze e di un bilancio dell’eurozona. E non sarà la prospettiva di avviare una politica europea della difesa e della sicurezza che renderà facile il rapporto tra l’eccesso di orgoglio della “potenza nucleare” francese e il persistente disagio tedesco a costruire un futuro esercito europeo.

Resta tuttavia che Francia e Germania stanno cercando di rafforzare la loro alleanza, anche per far fronte ai movimenti populisti nell’UE, riproponendosi alla guida del rilancio del processo di integrazione.

Nulla di tutto questo per l’Italia che, con l’uscita del Regno Unito dall’UE, aveva una ghiotta occasione per fare parte di un tridente d’attacco con Germania e Francia, avvalendosi del suo titolo di Paese fondatore della Comunità europea, di seconda industria manifatturiera dell’UE e di terza potenza economica dell’eurozona.

Tutte potenzialità che, per adesso, il governo italiano sembra tenere in frigorifero, guardando ad altre improbabili alleanze con i Paesi di Visegrad e a pericolose amicizie con la Russia di Putin. C’è ancora tempo per ravvedersi: se il governo esitasse a farlo, possono sempre utilmente ricordarglielo gli elettori nelle prossime elezioni di maggio.

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