Fumata nera sul nucleare iraniano

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Era stata fissata al 24 novembre la data ultima per giungere ad un accordo definitivo nel negoziato nucleare fra Iran e i cinque membri del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Cina e Russia) più la Germania. Iniziato concretamente nel novembre 2013 e applicato provvisoriamente su alcuni punti, in attesa della definizione di un quadro globale, credibile e accettato da tutte le parti, l’accordo raggiunto a Vienna è stato solo quello di prolungare di altri sette mesi il periodo di negoziato. Sette mesi che sembrano un’eternità di fronte ai rischi legati all’instabilità e ai molteplici conflitti che attraversano ora il Medio Oriente, all’interno del quale l’Iran è senza dubbio un attore di rilevante importanza.

Anche se da un certo punto di vista questi negoziati rappresentano già un enorme passo avanti segnando, in particolare, la ripresa dei rapporti fra Iran e Stati Uniti, praticamente interrotti da 35 anni, la posta in gioco è molto alta, sia da un punto di vista politico e di stabilità nella regione che da un punto di vista economico. Al di là infatti degli aspetti tecnici del negoziato e l’accordo sul numero di centrifughe autorizzate all’Iran per garantire lo scopo civile del suo programma, è in gioco tutta la questione della proliferazione nucleare nella regione. E questo in un momento in cui, su quel territorio, si incrociano le ricadute delle primavere arabe, i conflitti politico – religiosi fra sciiti e sunniti, la guerra in Siria, le offensive jihadiste dello Stato islamico in Iraq e Siria, l’inasprirsi del conflitto israelo – palestinese (con Israele dotato dell’arma atomica), il deteriorarsi dei rapporti tra Iran e Arabia Saudita e le intenzioni di quest’ultima di dotarsi dell’arma nucleare. Il tutto in un contesto attraversato anche da ingenti risorse petrolifere e interessi economici e finanziari.

Uno scenario inquietante che rivela tutta la portata, la necessità e l’urgenza di raggiungere un accordo definitivo, dentro il quale siano scritte e rispettate le regole del gioco. La contropartita per l’Iran, oltre ad una sospensione delle sanzioni che hanno fortemente penalizzato per anni l’economia del Paese, è la normalizzazione delle relazioni con l’Occidente, in particolare con gli Stati Uniti e il ritorno sullo scacchiere politico regionale. Non è cosa da poco, anche perché, vista la situazione locale e il clima sempre più teso, a livello internazionale, fra Occidente e Russia, nessuno ha interesse a isolare proprio in questo momento l’Iran sciita. Il rinvio di sette mesi testimonia senz’altro la complessità del negoziato e della difficile relazione di fiducia tutta ancora da costruire fra le parti, ma indica anche le difficoltà interne sia all’Iran fra i moderati del Presidente Rohani e i radicali, sia agli Stati Uniti, dove il Congresso repubblicano non mancherà di seminare ostacoli al Presidente Obama che ha fatto di questo accordo una priorità. Non solo, perchè nella regione le opposizioni a questo accordo non mancano, in particolare da parte di Israele e dell’Arabia Saudita, alleati degli Stati Uniti in Medio Oriente.

Una proroga di sette mesi dell’accordo interinale in vigore è lunga e non priva di rischi. La speranza è grande che il negoziato continui e non venga a crearsi un vuoto diplomatico di tale importanza in una regione in fiamme e in pieno sconvolgimento.

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