Fondi UE contro la crisi: tempi e obiettivi

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In attesa di conoscere le decisioni del Consiglio europeo, che entrerà nel merito il 19 giugno, e l’atteggiamento del Parlamento di Strasburgo sulla dotazione finanziaria finale per rispondere alla crisi economica e occupazionale che incombe, sarebbe bene aver chiare due variabili per la sua attivazione: i tempi di esecuzione e gli obiettivi da perseguire, non solo nell’immediato. Vale per l’Europa, vale ancora di più per l’Italia, un Paese poco abituato al rispetto delle scadenze e alla coerenza delle sue strategie con quelle condivise in sede europea, in particolare a proposito dell’impegno sulle riforme.

Che i tempi siano in Italia una variabile decisiva lo mandano a dire i numeri dell’occupazione resi noti dall’Istat: un aumento verticale degli inattivi, o perché rimasti senza lavoro o perché senza intenzione di cercarne uno, con il risultato di essere tornati ai livelli della crisi del 2011.  Dati in parte occultati dalla cassa integrazione e dal temporaneo divieto di licenziamento: due misure provvisorie che non devono ingannare sulla loro solidità. Di qui il timore, ohimè fondato, di una crisi sociale in forte espansione e la prospettiva di un autunno pericolosamente “caldo”, se nel frattempo rabbia ed esasperazione non rientrano grazie alla capacità politica di rispondervi, da parte di maggioranza e opposizione.

A fronte di questa urgenza sociale non è sicuro che l’economia riesca rapidamente un rimbalzo capace di ridurre la caduta occupazionale: nell’UE è prevista una disoccupazione media del 9% nel 2020 con un  recupero nel 2021 di un solo punto percentuale; in Italia è previsto un recupero equivalente nel 2021, ma a partire da una media di quest’anno  del 12%.  E sarà peggio se si avvereranno le previsioni della Banca centrale europea che per il 2021 prevede una ripresa ridotta al 5,2% e solo al 3,3% nel 2022 o se avesse ragione l’OCSE che ha appena pubblicato previsioni anche peggiori, con una possibile caduta del PIL italiano del 14% se si dovesse registrare una seconda ondata di Covid-19. 

Inutile spendere altre parole sull’urgenza della situazione, salvo concludere sull’evidente urgenza dell’attivazione delle risorse nazionali ed europee, ricordando che queste decisioni non vanno solo prese – nell’UE ci vorrà ancora un momento – ma anche mandate in applicazione e sappiamo che non solo nell’UE ma ancor più in Italia questo è spesso un problema. Per memoria, ad oggi l’esecuzione dei fondi UE 2014-2020 per la coesione in Italia è ferma al 73% delle risorse disponibili.

Ma per accedere alle risorse europee il rispetto dei tempi non basta, bisogna anche che le politiche nazionali convergano verso obiettivi coerenti con le “raccomandazioni” dell’UE e quelle indirizzate recentemente all’Italia parlano chiaro: perseguire politiche di bilancio che assicurino “la sostenibilità del debito, incrementando nel contempo gli investimenti”. Non coincide con la voglia di qualcuno, tanto nella maggioranza come nell’opposizione, di ridurre le tasse o con la tentazione di espandere la spesa corrente, due derive che devono evitare anche le parti sociali, in particolare la Confindustria perennemente insoddisfatta.

Ma non basta riequilibrare le risorse in favore degli investimenti, bisogna anche creare le condizioni per non rinviare troppo lontano il rientro dal debito pubblico italiano, previsto nel 2021 al 160% sul Prodotto interno lordo, anche per non farne portare l’insopportabile peso alle generazioni future. Una tentazione ricorrente quando la politica non si assume le sue responsabilità, preferendo rimandare decisioni dolorose pur di assicurarsi un facile consenso immediato.

E  qui sarebbe il caso che le giovani generazioni cominciassero a capire quali sono i rischi che corrono e si facessero sentire, prima di essere derubati ulteriormente dalle generazioni precedenti, detentrici di ricchi giacimenti di risparmio privato a spese di un debito pubblico che in molti  sperano di non dover pagare. 

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