Ferragosto a Kabul

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Era il 15 agosto di cinque anni fa. In Afghanistan, dopo vent’anni di guerra e di presenza occidentale, in particolare statunitense, i Talebani ripresero il potere, instaurando l’Emirato islamico dell’Afghanistan e il ripristino della Sharia nella sua versione più rigida e fondamentalista.

Le scene trasmesse da Kabul dai media, in quell’occasione, non si possono dimenticare : una popolazione impaurita e in preda al panico cercava disperatamente di aggrapparsi agli aerei che lasciavano  Kabul, lasciando immaginare la paura di quello che sarebbe stato il futuro sotto il regime dei Talebani. 

A cinque anni di distanza, l’Afghanistan vive oggi una situazione politica unica nel sistema delle relazioni internazionali, dove solo la Russia ha formalmente riconosciuto politicamente il Governo dei Talebani, mentre altri Paesi, fra cui Cina e Turchia in particolare, si fermano al rapporto con gli ambasciatori nominati da Kabul. Inoltre, non si spegne la conflittualità aperta con il Pakistan, conflitto che si ripercuote sull’espulsione forzata di profughi afghani.

Al di là dell’aspetto diplomatico e dell’isolamento internazionale, la gestione del potere talebano è fortemente segnata da una crisi economica e umanitaria impressionante : i recenti dati dell’ONU parlano di più di 21 milioni di afghani bisognosi di assistenza e in condizioni di insicurezza alimentare e questo in un periodo in cui l’aiuto umanitario internazionale è in costante diminuzione dal 2021.

Sono tuttavia le violazioni dei diritti umani che caratterizzano in particolare la politica dei Talebani, soprattutto nei confronti delle donne, letteralmente cancellate dalla sfera pubblica. Segregate fra le mura domestiche, obbligate a portare il burqa, escluse dall’istruzione dopo i dodici anni e escluse dal mondo del lavoro, le donne afghane sono ridotte al silenzio e alla mercé della protezione maschile. Eppure, in una tale situazione e alla ricerca di legittimità e riconoscimento, i Talebani cercano, finora con misurato successo, di accreditarsi sulla scena internazionale.

Al riguardo vale la pena ricordare l’incontro, molto discreto, il 23 giugno scorso, di una delegazione di Talebani con la Commissione europea a Bruxelles. All’ordine del giorno il  rimpatrio dei cittadini afghani che non avevano ottenuto il diritto alla protezione internazionale. Un incontro che non fa certamente onore ai valori fondanti dell’Unione Europea, dove la paura del rischio indotto dalle migrazioni e del suo valore politico è stata di gran lunga superiore alla condanna delle violazioni dei più elementari diritti fondamentali da parte dei Talebani.

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Adriana Longoni
Tra i fondatori di APICE e a lungo vicepresidente, ha lavorato per molti anni nelle Istituzioni europee coordinando i progetti nell'ambito della cooperazione allo sviluppo e della politica di vicinato, in Guinea Conakry prima e in Caucaso poi. Gestisce l’Antenna di Bruxelles dell’Associazione.

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