Europa: tempo di bilanci, fuori i numeri

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Fine anno, è il momento dei bilanci. Scorrono fiumi di parole, abbondano i luoghi comuni, come quello del “bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto”, trasudano rimpianti per quello che si poteva fare e non si è fatto, fioriscono critiche a tutti meno che a se stessi, tutti a battersi il pugno sul petto degli altri. In tanta abbondanza di parole, non ridotte dalla moltiplicazione dei tweet, conviene tornare per un momento ai numeri e lasciarli parlare, senza troppi commenti.

Per questo 2014, per l’Italia e per l’Europa, il numero di gran lunga più importante di tutti è quello dei migranti che hanno perso la vita nel Mar Mediterraneo: 3419, come ha annunciato l’Agenzia ONU per i rifugiati a fine novembre, quando la tragica contabilità dell’anno non era ancora chiusa. E per completare il conto, la stessa Agenzia ci ricorda che sono stati 207.000 i migranti che hanno tentato quest’anno di attraversare il mare, tre volte il numero dei disperati del 2011. Ancora un’annotazione non proprio di dettaglio: i numeri citati sono dati per difetto, probabilmente sono molto più alti. Tra i sopravvissuti di tutte queste migrazioni sempre più epocali e inevitabilmente sempre più importanti, oltre 20 milioni di immigrati vivono – o sopravvivono – in Europa, di questi solo una piccola parte in Italia dove pure aumentano quelli che gridano all’”invasione”.

Fanno parte o fanno compagnia a questi immigrati circa 120 milioni di persone che Eurostat, l’Istituto per le statistiche dell’UE, stima in zona povertà. Alimentano questa contabilità nell’UE gli oltre 25 milioni di disoccupati e un numero crescente di lavoratori occupati, ma in difficoltà ad “arrivare a fine mese”. Titolava nello scorso luglio il quotidiano di Confindustria – non dei sindacati – “Il Sole 24 ore”: “Europa, ci sono più di 25 milioni di disoccupati (come una guerra). Che ora (dicono gli psicologi) rischiano di ammalarsi”. Ma su queste malattie, spesso inconsce o nascoste, le statistiche non si avventurano.

Altri numeri drammatici ci hanno consegnato le cronache di quest’anno nell’Europa e nel mondo: dalle vittime del terrorismo a quelle dei disastri ambientali, dai morti sul lavoro alle violenze sulle donne e via seguitando. Numeri offerti alla riflessione, non per spaventare né per deprimere, ma solo perché non si perda il senso delle proporzioni, soprattutto in questa Europa, ancora continente ricco e caratterizzato da una qualità della vita relativamente buona, per la maggioranza del suo oltre mezzo miliardo di abitanti. Popoli per ora al riparo nella “casa comune” dei 28 Paesi UE, dove la guerra – che pure lambisce le sue frontiere – è assente ormai da settant’anni, il più lungo periodo di pace vissuto dall’Europa. Quella stessa Europa responsabile, nel giro di trent’anni, di due guerre mondiali e decine di milioni di morti, una contabilità ancora da chiudere definitivamente.

Questi sono i conti dell’Europa, nel bene e nel male, a fine 2014.

La stessa UE che, in occasione del Consiglio europeo del 18 dicembre scorso, ha fatto finta di credere che siano davvero disponibili nel prossimi tre anni 315 miliardi di euro di investimenti per stimolare la crescita, evitando di dire da dove salterebbero fuori, a parte i 21 miliardi racimolati raschiando i cassetti del misero bilancio UE e requisendone cinque alla Banca europea per gli investimenti.

Scorrono in questo bilancio non esaltante di fine anno molti altri numeri, ma questi già bastano per capire in che mondo viviamo e per ricordarci che dovranno pesare di più, molto di più, sulla coscienza dell’Europa gli oltre 3400 morti nel Mediterraneo che non il rischio che nei conti pubblici dei Paesi UE venga superato il limite del 3% nel rapporto tra deficit e Prodotto Interno Lordo.

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