Europa chiama, Italia risponda

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Non si è ancora spenta l’eco delle invocazioni italiane per interventi dell’Unione Europea per far fronte alle permanenti “emergenze” di un Paese che lamentava di “essere lasciato solo”, come fu nel caso dei flussi migratori.

Adesso la musica è cambiata e la situazione sembra essersi rovesciata: dopo le decisioni adottate dall’UE il 21 luglio scorso con il “Piano per la ripresa” tocca all’Italia rispondere alle opportunità offerte dai partner europei, ritornati faticosamente sul sentiero della solidarietà.

E se nei mesi scorsi il problema centrale era una condivisione di risorse di grandi dimensioni per rispondere alla devastazione economica e sociale provocata dal Covid-19, adesso l’attesa si sposta sulla capacità di risposta dei singoli Paesi UE, primo fra tutti l’Italia che di quelle imponenti risorse è destinataria principale.

Può non piacere a chi crede ancora in Babbo Natale, ma quelle risorse non sono né un regalo né soldi “a fondo perduto”, nel senso di poterne fare qualunque cosa.

Non sono un regalo perché in grande parte si tratta di prestiti, a tasso agevolato fin che si vuole e a lunga scadenza, ma sempre di prestiti da restituire e, anche quando si tratta di “sussidi”, sono soldi che provengono da un bilancio comunitario alimentato anche dall’Italia e dagli altri partner preoccupati per il loro uso.

Due buone ragioni per non sprecare quelle risorse, oltre che l’occasione per rendersi credibili agli occhi dei nostri partner – la Germania in particolare – che hanno compiuto un passo non banale verso una condivisione europea del debito, che tutti si sono impegnati ad onorare.

Siamo a poco più di un mese da una scadenza importante: quella del 15 ottobre, quando tutti i Paesi UE dovranno presentare i loro progetti all’approvazione di Bruxelles per poter accedere alle risorse deliberate a luglio. Per l’Italia si tratta di 209 miliardi di euro, una cifra non facile da spendere bene quando si conoscono le ricorrenti tentazioni ad alimentare la spesa corrente piuttosto che gli investimenti e le antiche abitudini a dare soddisfazioni a clientele, presenti o future, in un clima perennemente elettorale.

Certo il periodo concitato che viviamo e che assorbe il governo in altre urgenze non rende facile rispondere a Bruxelles con un programma di medio-lungo periodo, adeguatamente argomentato e tecnicamente corretto. Ma non fa ben sperare la notizia che circola di una lista di 600 progetti, tirati fuori dai cassetti di diversi ministeri in competizione tra di loro in un deprecabile “assalto alla diligenza”, che difficilmente potranno convergere verso un programma dotato di una visione di futuro, ancor più se in rottura con il passato dopo la frattura storica che stiamo vivendo.

Perché soprattutto al futuro delle giovani generazioni bisogna pensare, come ha ricordato il Presidente Mattarella nel suo intervento in occasione del Forum Ambrosetti la settimana scorsa: “Le prossime generazioni guarderanno in modo critico al periodo che stiamo vivendo. Chiederanno come sono state destinate e amministrate somme così ingenti e, nel caso di inattività o scarsa efficacia della nostra azione, si domanderanno perché una generazione che ha potuto godere per un periodo così lungo, di circostanze favorevoli non sia, invece, riuscita a realizzare infrastrutture essenziali per la crescita e riforme necessarie per l’efficienza del sistema sociale ed economico, accrescendo solo la massa di debito”.

La Commissione europea la sua proposta per il futuro – per non parlare di “direttiva” – l’ha inviata all’Italia in occasione delle raccomandazioni formulate nel quadro del semestre europeo, invitando il nostro Paese a rafforzare il “potenziale di crescita” e a dare un “contributo alla transizione verde e digitale”. Per avviare l’Italia sulla strada dello sviluppo sarà necessario, prosegue la Commissione, “migliorare l’efficienza del sistema giudiziario e il funzionamento della pubblica amministrazione… anticipare i progetti di investimenti di investimento pubblici maturi, promuovere gli investimenti privati, concentrare gli investimenti sulla transizione verde e digitale…”.

Niente di nuovo nel catalogo delle priorità europee, molto di vecchio da lasciarsi alle spalle nelle abitudini italiane se si vuole assicurare un futuro al Belpaese. 

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