E tanti auguri al nuovo “governo” UE

Dal voto per il Parlamento europeo di fine maggio, ci sono voluti sei mesi per arrivare all’insediamento, il prossimo 1° dicembre, del “governo” europeo, la Commissione guidata dalla ex-ministra tedesca Ursula von der Leyen.

Un periodo non proprio breve, prolungato di un mese rispetto alle normali scadenze istituzionali: tempi lunghi dovuti in parte alla complessità delle regole comunitarie e un ritardo da mettere in conto a difficoltà politiche manifestatesi in corso d’opera.

Le regole istituzionali prevedono che la procedura prenda avvio solo dopo la costituzione dei nuovi gruppi politici nel Parlamento, per poi avviare un dialogo tra quest’ultimo e il Consiglio europeo in vista della Presidenza della Commissione, passaggio obbligato per la formazione della squadra di governo, scelta d’intesa tra la persona designata alla guida della Commissione e i governi nazionali.

Un percorso a ostacoli che riserva sempre qualche sorpresa.

L’incidente più rilevante si è verificato nell’aspro conflitto tra il Parlamento e il Consiglio europeo, nella persona del presidente francese Emmanuel Macron, fiero oppositore delle candidature sostenute dal Parlamento e inventore, con la cancelliera Angela Merkel, della candidatura di Ursula von der Leyen, sostenuta da una maggioranza molto risicata e bersaglio di non pochi attacchi per la composizione della sua squadra.

Adesso la squadra c’è, non ha la parità di genere auspicata (15 uomini e 12 donne), ha perso qualche pezzo per strada e resta senza commissario britannico grazie al “pasticciaccio” di Brexit.

Con la squadra c’è anche un’ambiziosa traccia di programma per la legislatura 2019-2024 che Ursula von der Leyen aveva anticipato già a luglio.

Sei gli assi prioritari di intervento: priorità alla lotta all’emergenza climatica cui dedicare il 30% delle risorse del bilancio comunitario;  rafforzamento dell’unione economica e monetaria, con il completamento dell’Unione bancaria e passi avanti in materia fiscale insieme con la realizzazione del “pilastro europeo dei diritti sociali, compreso il salario minimo europeo; una nuova legislazione in materia di servizi digitali e la creazione di uno spazio europeo dell’istruzione; la preservazione dello Stato di diritto, con sanzioni per eventuali violazioni e un nuovo patto sulla migrazione con il rilancio della riforma dell’Accordo di Dublino sui candidati profughi; l’impegno per un’Europa più forte nel mondo nel quadro di una cultura del multilateralismo, con una “strategia globale sull’Africa” e la conferma della “prospettiva europea dei Balcani occidentali” e infine, ma sicuramente impegno non banale, quello per un nuovo slancio in favore della democrazia europea, con il rafforzamento del Parlamento europeo e “l’abolizione del voto all’unanimità in materia di clima, energia, affari sociali e fiscalità”.

Come si vede non fa difetto l’ambizione alla nuova presidente della Commissione, che dovrà però vedersela da una parte con un Parlamento che poco ha apprezzato la sua designazione – e ne è stata ancora prova il voto finale favorevole, pur rafforzato rispetto al voto di luglio (461 sì rispetto a 383, nonostante la spaccatura interna dei grillini), ma segnato dall’astensione dei Verdi il 27 novembre – e, dall’altra, con i governi nazionali che, pur avendola designata, non muoiono dalla voglia di cederle potere in questa stagione politica a forte dominante   intergovernativa e con scarsa disponibilità a far crescere la dimensione sovranazionale delle Istituzioni comunitarie.

Un primo test di “realismo politico” lo si avrà già al prossimo Consiglio europeo dei Capi di Stato e di governo a metà dicembre, per poi continuare sulla strada tutta in salita del negoziato sulle risorse finanziarie 2021-2027, senza dimenticare la grana di Brexit, che dovrebbe avviarsi a conclusione all’indomani delle elezioni britanniche del prossimo 12 dicembre.

Con tanti auguri, gentile e ambiziosa Ursula.

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