E adesso l’Italia guarda con speranza all’Europa

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Sembra cambiare col mutare del vento l’atteggiamento del governo italiano verso Bruxelles. A tratti amico quando si tratta di superare gli ostacoli per incassare, seppure in grande ritardo e con consistenti riduzioni, i contributi miliardari per il “Piano nazionale di ripresa e resilienza” (PNRR),

ambiguo quando incassa invece i richiami di Bruxelles al rispetto delle regole sottoscritte, ostile sul versante delle nuove più avanzate politiche ambientali e via seguitando.

Adesso il governo italiano, alle prese con la futura legge di bilancio, sembra rivolgersi a Bruxelles alla ricerca di comprensione se, come probabile, dovessero essere superate le soglie consentite di deficit per il 2024, per non parlare dell’eterno rinvio della riduzione del debito, con il suo pesante sovraccarico di interessi che costano alle finanze pubbliche italiane attorno agli 80 miliardi di euro all’anno.

Ormai è chiaro a tutti quello che a settembre sarà scritto nero su bianco nella “Nota di aggiornamento del documento di economia e finanza” (NADEF), anticamera dell’elaborazione della legge di bilancio, entrambi i documenti da sottoporre alle valutazioni della Commissione europea. Purtroppo la cassa piange, la liquidità è allo stremo, le entrati fiscali sono state inferiori al previsto mentre la spesa pubblica è stata raddoppiata nel primo semestre dell’anno e incerti restano i margini della crescita dopo la caduta del PIL nel secondo trimestre dell’anno. Ad oggi mancano parecchi miliardi di euro per far quadrare i conti del bilancio italiano 2024 e i giorni sono ormai contati per mettere le carte sul tavolo. 

Se la situazione si presenta complicata dal punto di vista economico non lo è di meno politicamente  per una maggioranza presa in tenaglia tra le mirabolanti promesse elettorali di un anno fa e il nuovo ravvicinato appuntamento con le elezioni del Parlamento europeo il prossimo 6 giugno.

Troppe le cose che non funzionano in questo nostro Paese, dalla morsa dei prezzi al problema dei migranti, perché i cittadini elettori non avvertano un disagio crescente, più ancora quanti avevano creduto alle promesse elettorali, con il rischio che il malessere cresca nell’opinione pubblica fino a logorare il consenso acquisito dalle forze politiche lo scorso settembre.

E allora viene spontaneo guardare all’Unione Europea, sia per attribuirle responsabilità non sue, semmai di qualche governante non difficile da individuare, come nel caso dei migranti o indicare nella Banca centrale europea la colpevole per l’aumento dei tassi di interesse per debellare l’inflazione. 

Ma c’è anche chi nel governo, più avveduto, guarda a Bruxelles aspettandosi comprensione e tolleranza sul prevedibile superamento delle soglie di deficit stabilite dal Patto di stabilità, si tratti del vecchio che del nuovo Patto di stabilità, anzi sperando che né l’uno né l’altro entri in vigore tenuto conto della persistente debolezza economica dell’Unione Europea, con un pensiero in particolare alla Germania. E magari completando questo ragionamento con la speranza che la prospettiva di contrastate elezioni europee possa indurre Bruxelles a temperare la severità delle sue valutazioni, anche perché del voto del governo italiano ci sarà bisogno per deliberare i futuri vertici delle Istituzioni europee, della Commissione in particolare. 

Che la politica sia calcolo è cosa risaputa, come lo è la regola dello “scambio di favori”, ma c’è un limite a questo gioco, che per l’Italia ha un nome: credibilità.

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