Diari di guerra 6 – Dall’Ucraina alla Turchia

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La guerra e la resistenza di Kiev alla brutale aggressione di Mosca continuano. I responsabili politici dell’Unione Europea portano a turno messaggi di sostegno al Presidente Zelenski e aprono le porte ad una futura adesione all’Unione Europea. 

Nel frattempo il Cremlino si fa sempre più minaccioso nei confronti dell’Europa e dell’Occidente e rimescola le carte politiche e di sicurezza degli scenari internazionali su vari fronti, dalla geografia del gas a quella del grano e della dipendenza alimentare.

In questo contesto senza prospettive di pace, il Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg, ha avvertito, proprio in questi giorni, che la guerra sarà lunga e che l’Occidente dovrà prepararsi ad offrire un sostegno a lungo termine. Parole che non rassicurano e che rendono sempre più incerto il futuro di tutti. Al riguardo, la stessa Alleanza Atlantica, dimostratasi relativamente compatta di fronte a questa guerra della Russia, è attraversata oggi da percepibili tensioni che potrebbero avere ricadute al di là delle sue stesse frontiere.

E’ infatti in discussione l’adesione alla NATO di Finlandia e Svezia, un’adesione che richiede il voto all’unanimità ma che fino ad ora ha incontrato l’opposizione e il veto della Turchia. 

Usciti da una lunga e storica neutralità, Svezia e Finlandia avevano chiesto di aderire alla NATO per 

rispondere alle crescenti inquietudini delle rispettive popolazioni di fronte alla politica aggressiva di Mosca, una richiesta che sembrava non dover incontrare particolari ostacoli. 

Una richiesta inoltre che andava nella direzione di un rafforzamento della NATO in questo periodo di guerra e presentata proprio nel momento in cui l’Alleanza si prepara ad un atteso Vertice a Madrid a fine giugno, dove dovrà dibattere del suo futuro e presentare un nuovo “Concetto strategico” relativo alla sua posizione sulla scena globale. 

A fermare quindi le richieste di adesione dei due Paesi dell’Unione Europea, una Turchia membro della NATO, molto presente con le sue ambiguità politiche sul teatro di guerra, non solo nelle vesti di mediatore fra Russia e Ucraina, ma anche molto attenta alle nuove opportunità offerte alla sua politica estera. 

L’opposizione di Ankara infatti si collega ad un altro teatro di guerra che avevamo provvisoriamente dimenticato, quello del Nord della Siria, alle frontiere sud della Turchia. Erdogan pone infatti come condizione all’adesione dei due Paesi e della Svezia in particolare, di rinunciare a sostenere, sul suo territorio il Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), considerato “terrorista” e di estradare in Turchia una trentina di persone accusate di avere legami con il PKK. Non solo, ma anche  la richiesta di porre fine all’embargo di armi imposto dai due Paesi nel 2019 in seguito all’intervento militare turco contro i curdi nel Nord della Siria. Richieste di peso, che rimettono sul piatto della bilancia la politica di Stoccolma nei confronti del popolo curdo.

Erdogan infatti, considerando l’opportunità di un momento in cui l’attenzione militare e politica della Russia è rivolta altrove, riporta la sua attenzione su quella frontiera fra la Siria e la Turchia, a quel pezzo di frontiera non ancora, secondo Erdogan, messo “in sicurezza” e tuttora occupata dai curdi siriani. Le dichiarazioni del Presidente turco in proposito, formulate a fine maggio, non rassicurano e lasciano prevedere nuovi interventi “per liberare le nostre frontiere dalla minaccia terroristica”. 

Una “minaccia” quindi che potrebbe riaprire lo scenario di guerra in quel Nord Ovest della Siria e non lontano da quella città martire che fu Kobane. Una città oggi vittima anche della nostra dimenticanza.

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