Diari di guerra – 16: Nuove tensioni in Caucaso

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Dopo meno di due anni dalla fine della guerra fra Armenia e Azerbaijan nel Nagorno Karabakh, il fragile accordo di cessate il fuoco è stato nuovamente violato il 13 settembre scorso, causando, fra reciproche accuse, più di un centinaio di vittime. 

Questa nuova vampata di violenza nel cuore del Caucaso indica quanto instabile sia la sicurezza nella regione e interviene in un momento in cui tutte le attenzioni sono rivolte verso la guerra in Ucraina e le sue innumerevoli conseguenze sullo scacchiere internazionale.

Il Nagorno Karabakh, piccola enclave nel cuore dell’Azerbaijan, abitata da una popolazione in maggioranza armena e cristiana, è oggetto di forti tensioni fra i due Paesi fin dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991. Dichiaratosi unilateralmente indipendente nel 2017, è stato recentemente teatro di violenti scontri con la seconda guerra del 2020, causando più di 7000 vittime. A porre fine al conflitto è stato un sofferto cessate il fuoco, negoziato in particolare dalla Russia. Un cessate il fuoco che sanciva, da una parte una certa amara sconfitta per l’Armenia, che perdeva vari chilometri quadrati del suo territorio, e dall’altra un’ insoddisfazione dell’Azerbaijan rispetto al controllo del territorio conteso e al dispiegamento di forze russe per il rispetto del cessate il fuoco. 

I nuovi scontri degli ultimi giorni, intensi e particolarmente violenti, si distinguono in particolare per il fatto che si sono spostati dal Nagorno Karabakh alla frontiera fra i due Paesi, esponendo direttamente le due parti in conflitto. Una situazione che inquieta, se si pensa che la repubblica azera autonoma del Nakhitchevan, a sud-ovest dell’Armenia e a nord dell’Iran, è da sempre per l’Azerbaijan desiderio di ricongiunzione attraverso il corridoio armeno che separa i rispettivi territori. Superare quel corridoio armeno permetterebbe agli azeri un accesso diretto alla Turchia. Una posta in gioco non da poco.

Inoltre, benché si sia giunti di nuovo a un cessate il fuoco, la ripresa del conflitto si inserisce in un contesto geopolitico diverso da quello di due anni fa. In primo luogo la guerra in Ucraina sta mettendo in difficoltà il ruolo che la Russia, da sempre accanto all’Armenia, puo’ giocare in un negoziato o nella protezione militare di Yerevan. La debolezza di Mosca in questo preciso momento non sfugge, in particolare, agli occhi dell’Azerbaijan e di una parte della comunità internazionale. 

Di fronte alla Russia, sullo scacchiere caucasico, si colloca soprattutto la Turchia a fianco dell’Azerbaijan, dove Ankara sta guadagnando spazi e ruolo a livello internazionale, soprattutto in veste di mediatore nella guerra che Mosca muove all’Ucraina e all’Europa da sette mesi a questa parte. Un intrico geopolitico reso ancora più sensibile dal fatto che l’Azerbaijan sta diventando punto importante di partenza e di transito di gas e idrocarburi provenienti dal Caspio e dall’Asia Centrale verso l’Europa, un’ alternativa alle forniture energetiche russe. Al riguardo vale la pena ricordare l’accordo siglato fra il Presidente azero Aliyev e la Presidente della Commissione europea Von der Leyen nel luglio scorso che prevede il raddoppio delle forniture energetiche entro il 2027. Un contesto non certo favorevole all’Armenia, che si sente sempre più fragile e isolata. 

È in questo scenario che l’Unione Europea si è fatta mediatrice fra Armenia e Azerbaijan con incontri fra i rispettivi Presidenti a Bruxelles. Nel corso dell’ultimo incontro, il 31 agosto scorso, La stesura di un trattato di pace sembrava sulla strada di un possibile accordo. Purtroppo, dopo pochi giorni, le armi hanno ripreso a tuonare.

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