Crescono le tensioni all’est dell’Europa

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Si stanno ammassando ai confini orientali dell’Unione Europea grosse nuvole nere, portatrici di tensioni e di inquietanti scenari di conflitto. 

Si stanno infatti intensificando le pressioni della Russia sui confini dell’Ucraina, ai bordi della regione separatista del Donbass,  dove è in corso dal 2014, una guerra senza fine e che ha già provocato più di 14.000 vittime. Importanti movimenti di truppe e trasporto di armamenti  stanno destando apprensioni in tutto l’Occidente e nella NATO, che interpretano queste mosse militari come preparativi ad un possibile ed imminente invasione dell’Ucraina da parte della Russia. La rapida annessione della Crimea da parte di Mosca, sempre nel 2014, pesa ancora come un temibile precedente e rivela tutte le difficoltà dei rapporti e del braccio di ferro che l’Occidente gioca ancora oggi con il Cremlino e con Putin. 

L’Ucraina, con le sue frontiere che toccano sia l’Europa che la Russia, è teatro emblematico  e terreno di confronto fra Est e Ovest ed è attraversata da quelle “linee rosse” che Putin considera invalicabili da parte della NATO nel percorso di integrazione di Kiev nell’area euro-atlantica. Chiara, in proposito, la recente frase di Putin rivolta all’Alleanza :”Non voglio missili a 5 minuti da Mosca”, riferendosi alla possibilità di dispiegamento di sistemi missilistici NATO di difesa in territorio ucraino. Questioni quindi di sicurezza, ma anche di disegni geopolitici che spingono sempre più la Russia a guardare con rinnovato interesse a quei territori un tempo parte dell’impero sovietico e a rafforzare il suo ruolo sullo scacchiere internazionale. 

Ma le nubi  non si addensano solo sull’Ucraina. Anche nei Balcani, e in particolare in Bosnia Erzegovina, il fragile equilibrio politico fra serbi, croati e musulmani, scaturito dagli Accordi di Dayton del 1995, sembra rimesso in discussione da rinnovate vampate di nazionalismi. Il leader serbo della Repubblica Srpska, (una delle due entità che compongono lo Stato) Milorad Dodik, dopo anni di minacce sembra aver superato delle linee rosse, facendo votare dal Parlamento dell’entità serba alcune leggi che potrebbero sancire una secessione de facto. Dodik potrebbe cosi’ ritirarsi dall’esercito comune bosniaco e costituire un suo proprio esercito serbo, nonché abbandonare il sistema giudiziario, il sistema fiscale ed altre Istituzioni comuni. Una prospettiva carica nuovamente di forti tensioni etniche, mai veramente sopite da trent’anni a questa parte e foriera di  nuovi conflitti e violenze. 

Se gli accordi di Dayton ci ricordano le tragedie delle guerre dei Balcani agli inizi degli anni novanta, oggi, la loro rimessa in discussione rivela, da una parte tutta la fragilità dell’Europa a rinsaldare la pace nella regione e ad offrire prospettive solide di avvicinamento o adesione al progetto europeo e dall’altra tutto il peso che la Russia sta conquistando nella regione, con il sostegno della Serbia e, un po’ più lontano, della Cina. Una situazione che potrebbe sfuggire di mano e riaccendere antichi conflitti nei Balcani.

Ed infine, sempre alle nostre frontiere orientali, non va dimenticata la situazione politica in Bielorussia e la prova di forza che Minsk sta giocando con l’arma dei migranti alla frontiera con la Polonia. Un altro aspetto che, purtroppo, rivela di nuovo la debolezza dell’Europa a far fronte unita ad una delle più grandi sfide di umanità, di solidarietà e di rispetto dei diritti.  

Sono quindi molte le nubi che si addensano alle nostre frontiere orientali, con la speranza che il dialogo e la diplomazia abbiano il sopravvento sulla brutalità dei conflitti armati.

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