Consiglio europeo, tra falsi vincitori e una vera sconfitta: l’Europa

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E anche questo ennesimo Consiglio europeo non ha portato abbastanza consiglio ai governanti europei, impauriti e incerti da una parte e rozzi e contraddittori dall’altra.

Non aiutava certo l’enfasi sproporzionata sull’emergenza migranti, utile a occultare altre importanti emergenze, come la riforma attesa da tempo dell’eurozona e il conflitto già bollente sul futuro bilancio dell’Unione. Se a questo si aggiungono il nodo dei rapporti con la Russia e i rischi di un’esplosione di guerra commerciale dopo i dazi di Trump, i risultati della partita giocata, in gran parte in notturna a Bruxelles, appaiono più che modesti.

I giocatori sono scesi in campo con una squadra non proprio compatta. Giocava in difesa Angela Merkel,  pressata in casa dal suo ministro dell’interno, con Emmanuel Macron a copertura insieme a Spagna, Portogallo e Belgio, sulla fascia mediana i presidenti della Commissione e del Consiglio europeo, Jean Claude Juncker e Donald Tusk, non particolarmente affiatati tra di loro, e all’attacco due reparti, con obiettivi contrastanti: i rigoristi del centro-nord guidati dall’Olanda, gli incursori eurofobi del Gruppo di Visegrad, pronti a intercettare gli assist procurati da Austria e Italia.

In queste condizioni, se la squadra avesse dovuto andare ai mondiali della politica probabile che non avrebbe superato i quarti di finale, come la Germania in Russia, per non dire dell’Italia.

Fuor di metafora: a Bruxelles non si giocava al pallone, si giocava sulla pelle dei migranti, più ancora su quella degli europei e sul futuro dell’Unione.

Sull’emergenza migranti – che è emergenza non già di un fenomeno destinato a durare nel tempo, ma per l’incapacità europea e italiana di capirlo e di rispondervi – si è trovato il solito compromesso provvisorio, fatto di molte parole e pochi fatti, ambiguo come forse mai, in attesa di riformare non si sa quando l’Accordo di Dublino sul riconoscimento dei profughi e con il tentativo di spostare le frontiere europee all’interno dell’Africa, misure di vago sapore coloniale.

Non è andata meglio per il progetto di riforma dell’eurozona, sempre più urgente e da troppo tempo rinviato: delle buone intenzioni dichiarate da Macron, e andate riducendosi negli ultimi mesi, è rimasto molto poco: non c’è più traccia di un ministro europeo delle finanze, resta nella nebbia il progetto di in Fondo monetario europeo e ancora lontano il completamento dell’unione bancaria.

Sul bilancio europeo 2021-2027 le ostilità sono appena cominciate e promettono scintille e le minacce di veti incrociati non rafforzeranno certo la coesione nell’Unione e annunciano una difficile tornata elettorale per il rinnovo del Parlamento europeo il prossimo mese di maggio.

Per non farsi mancare nulla l’UE si è ritrovata sul tavolo lo spinoso dossier delle sanzioni alla Russia proprio all’indomani dell’annuncio dell’imminente incontro di Trump con Putin, quasi a significare una tenaglia che rischia di strangolare politicamente l’UE proprio nel momento in cui è chiamata a far pesare la sua mediazione in Iran e in Siria e ad affrontare l’aggressività economica della Cina.

E l’Italia dentro tutte queste turbolenze? Intanto non ha esitato a immetterne di sue ed è anche comprensibile, vista la chiusura dei suoi partner ad alcune sue buone ragioni in materia di migranti. Meno comprensibile che non abbia calcolato quanto pesi oggi la sua fragilità economica e il suo isolamento politico e quanto sia rischioso accompagnarsi con alleati ostili come Orban o il ministro dell’interno tedesco Seehofer o con un vicino non proprio amico dell’Italia, come il Cancelliere austriaco Kurz. Peggio se a farlo per l’Italia è un presidente del Consiglio inesperto in questi complessi riti negoziali, dove serve a poco brandire l’arma suicida del veto, salvo rimetterla nella fondina alla prima vaga promessa.

E così, alla fine della sceneggiata, a Bruxelles hanno fatto finta di aver vinto tutti. Chi ha perso davvero è ancora l’Europa, ostaggio dell’orda di nazionalisti che ne minaccia il futuro.

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Franco Chittolina
Vicepresidente di APICEUROPA, ha lavorato per 25 anni a Bruxelles presso le Istituzioni europee (Consiglio dei ministri prima e Commissione poi), impegnandosi per il dialogo tra le Istituzioni comunitarie e la società civile. Dal 2005 lavora in Italia per portare l’Europa sul territorio piemontese, in particolare nella provincia di Cuneo.

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