Consiglio europeo: sarà vera svolta?

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C’era molta attesa per questo Consiglio europeo, forse in Italia più che altrove: non tanto perché avveniva alla vigilia del semestre di presidenza italiana dell’UE, quanto per il ruolo di protagonista che Matteo Renzi si era andato attribuendo in favore di una svolta nelle politiche europee. Come spesso accade il bilancio registra luci e ombre e molte cose restano ancora da capire, al di là di quello che racconta il comunicato ufficiale.

Tra le luci, per l’Europa, la decisione di 26 Paesi su 28 (contrari solo la Gran Bretagna e l’Ungheria di Viktor Orban, una gran brutta compagnia per David Cameron) di seguire l’indicazione venuta dal voto de 25 maggio per la designazione del futuro presidente della Commissione, nella persona di Jean – Claude Juncker del Partito popolare europeo, giunto primo nella consultazione elettorale. Una scelta che sa di democrazia, anche grazie alla rinuncia per la prima volta, in un caso come questo, al voto unanime e che può rafforzare l’evoluzione in senso federale dell’UE, Germania e Francia permettendo, con la speranza che l’Italia passi dalle parole ai fatti.

Nell’ombra restano le designazioni degli altri vertici dell’UE: non tanto la presidenza del Parlamento europeo, ormai riservata al socialista Martin Schulz e comunque non di competenza del Consiglio europeo, ma piuttosto la presidenza stabile (due anni e mezzo rinnovabili una volta) del Consiglio europeo, che potrebbe andare per compensazione a una rappresentante femminile dell’area socialista e la responsabilità di Alto rappresentante per la politica estera, ambita da molti. Non meno importante la designazione del futuro Commissario agli Affari economici e finanziari della Commissione europea: un puzzle che non sarebbe dispiaciuto ai tifosi del manuale Cencelli, di applicazione non solo in Italia.

Ma ancora più in ombra il Consiglio europeo ha lasciato il futuro delle politiche del rigore, cavallo di battaglia di Renzi, in una guerra che sarà ancora lunga e che non ha permesso al nostro Presidente del Consiglio di tornare a casa vittorioso come avrebbe voluto. La Merkel gli ha confermato i timidi spiragli aperti, in attesa di vedere che cosa farà realmente l’Italia sul fronte delle riforme, ma anche riaffermando che il Patto di stabilità non si tocca e che le flessibilità sono quelle già previste e non altre. Da Bruxelles le ha fatto eco la richiesta all’Italia di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2015 e non nel 2016 come richiesto dal governo italiano. La battaglia si sposterà adesso sull’ interpretazione delle flessibilità, che dipenderà almeno in parte anche dall’orientamento politico della nuova Commissione. Qui bene ha fatto Renzi a collegare il suo voto in favore di Juncker – anche se non aveva alternative – a un documento di impegni politici con al centro crescita e occupazione. Adesso la palla passa alle priorità dell’imminente semestre italiano di presidenza UE e alla formazione della futura Commissione, con l’occupazione dei suoi portafogli – chiave.

Poca luce i riflettori hanno riservato all’accordo economico firmato dall’UE con Ucraina, Georgia e Moldavia: un coraggioso gesto politico di chiaro contrasto alla Russia di Putin e che non sarà senza conseguenze per le diverse parti in conflitto.

In questo bilancio di luci e ombre, a Bruxelles ha suscitato qualche imbarazzo una possibile candidatura di Enrico Letta alla presidenza del Consiglio europeo, precipitosamente smentita da Renzi come una voce senza fondamento, con l’argomento che l’Italia ha già la presidenza della Banca centrale europea con Draghi. Risposta pertinente, ma che non impediva di tenere in gioco una personalità molto apprezzata in Europa come Letta, ottimo candidato alla poltrona di Alto Rappresentante per la politica estera, dove Renzi sembra voler tenere in corsa la Mogherini o D’Alema, con il rischio di fare la fine dell’asino di Buridano, morto perché incerto se soddisfare prima la sete o la fame. Ma qui più che nelle politiche europee siamo nel girone “infernale” della politica italiana, dove rivalità personali e politiche si intrecciano e non fanno bene all’Italia.

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