Brexit e Unione Europea, volano gli stracci

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L’azzardata avventura di Brexit  sta finalmente arrivando alla svolta decisiva. Cominciata nel lontano giugno del 2016 con il referendum lanciato da un non indimenticabile David Cameron, proseguita con le acrobazie senza rete e senza risultati della povera Theresa May e approdata, ma restando in alto mare, sul tavolo dell’improbabile Primo ministro Boris Johnson, vive adesso, salvo sorprese, i suoi ultimi giorni. E non sono giorni tranquilli.

Le posizioni tra le due sponde della Manica restano lontane e resta poco tempo per avvicinarle. Sarà probabilmente possibile riuscirci per la controversia sulle zone di pesca, molto meno per quanto riguarda nodi ben più importanti, come le frontiere tra le due Irlande. Un nodo difficile da sciogliere per non innalzare una pericolosa barriera tra le due regioni con rischi per la pace, ma con la necessità convenuta di mantenere il controllo sugli scambi commerciali tra UE e Regno Unito. A questo si aggiunge il problema del rispetto delle regole di mercato, in particolare a proposito degli aiuti di Stato, per i quali Johnson vuole mano libera con il risultato di alterare la concorrenza tra Regno Unito e Unione Europea.

Era sembrato profilarsi una separazione consensuale quando, nei mesi scorsi, tra le due parti venne sottoscritto un accordo di recesso in forma di Trattato internazionale, oggi stracciato dal Parlamento del Regno Unito, con grave perdita di credibilità per un Paese  tradizionalmente ritenuto campione di lealtà internazionale.

Si riferisce a quest’ultimo episodio il duro intervento della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che giovedì scorso ha annunciato un’azione legale contro il Regno Unito per la violazione del citato patto: “La Commissione europea ha inviato oggi al Regno Unito una lettera di messa in mora per aver violato i suoi obblighi ai sensi dell’accordo di recesso”. Quasi una dichiarazione di guerra, come quando nel passato al Paese nemico veniva consegnata la lettera di apertura delle ostilità. 

Adesso tutto diventa inevitabilmente più difficile: esaurita la pazienza da parte dell’UE, apparentemente irremovibile Boris Johnson sulle sue posizioni si va dritto a sbattere contro il muro di un divorzio senza accordo. Dopo il dialogo di sabato scorso tra Von der Leyen e Johnson resta ancora la speranza che qualcosa si muova prima che sia  troppo tardi per completare le procedure parlamentari per la ratifica di un eventuale e ormai improbabile accordo. 

Se questo accordo non venisse raggiunto le conseguenze negative non si farebbero attendere. In primo luogo per il Regno Unito che, già in grave difficoltà per la pandemia che si aggrava, registrerebbe pesanti ricadute economiche rompendo gli accordi di scambio commerciale con l’UE, suo principale mercato di riferimento. L’UE a sua volta pagherebbe un prezzo prevalentemente politico – anche se quello economico non sarà certo irrilevante – inasprendo i suoi rapporti con un alleato di grande peso geopolitico (tra i Paesi UE, con la sola Francia, il Regno Unito è una potenza nucleare e insieme siedono nel Consiglio di sicurezza dell’ONU), in una stagione della storia di nuovo ad alta tensione tra le principali potenze mondiali, con l’UE priva di una sua politica di sicurezza e difesa, delegata all’Alleanza atlantica a trazione americana.

A complicare il tutto pesa la vigilia delle incerte elezioni presidenziali USA: qualunque ne sia l’esito, l’UE dovrà prendere in carico il proprio destino e meglio sarebbe stato poterlo fare con un partner europeo che le fu di prezioso aiuto nelle due guerre mondiali, insieme con l’alleato americano di allora.

Con riferimento al Covid si è ripetuto che “nulla sarà più come prima nel mondo”. Sarà il caso anche in Europa dopo la secessione britannica dall’Unione europea.

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