Bolkestein: un pericolo sventato ma il problema resta

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E’ sorprendentemente recente l’attenzione dell’opinione pubblica alla libera circolazione dei servizi in Europa. Il tema è letteralmente esploso l’anno scorso e porta il nome di Bolkestein, un signore olandese che fu membro della Commissione europea presieduta da Romano Prodi, dove era responsabile delle politiche relative all’integrazione del mercato interno dell’UE. Ma come spesso accade con le vicende comunitarie, spesso ignorate dal grande pubblico, il tema viene da molto più lontano, addirittura dal 1957 quando venne firmato il Trattato di Roma e si fissarono per la neonata Comunità   europea quattro obiettivi fondamentali: la libera circolazione delle persone, delle merci, dei capitali e dei servizi. Passarono gli anni e progressivamente quegli obiettivi si andarono realizzando quasi compiutamente, salvo uno: quello della libera circolazione dei servizi. In occasione del rilancio del processo di integrazione del mercato unico tra gli anni 80 e 90 un nuovo tentativo venne fatto ma senza risultati apprezzabili. Ci riprovಠil Consiglio europeo di Lisbona nel 2000 e da allora il cantiere si rimise in moto, anche perchà© nel frattempo l’economia europea era cresciuta non solo quantitativamente ma anche qualitativamente, registrando una forte crescita della parte dei servizi nella ricchezza prodotta, quasi il 70% del PIL stando alle ultime rilevazioni e con scambi bloccati al 20% di questo volume di servizi. Si giunse così al 2004 quando Bolkestein appunto mise mano ad una proposta di direttiva che, nelle sue intenzioni e in quelle della Commissione europea, avrebbe dovuto scuotere con vigore lo stagno in cui il tema galleggiava da anni. E fu quasi subito una tempesta che nel corso del 2005 si trasformà², a partire dalla Francia, in una specie di piccolo tsunami. Accadde in particolare nel corso del dibattito sulla Costituzione europea, con la quale pure la direttiva Bolkestein non aveva nessuna parentela: non solo perchà© era nata sulla base dei Trattati precedenti ma anche perchà© il suo percorso sarebbe continuato anche dopo la bocciatura francese della Costituzione. Percorso che prosegue tuttora, dopo il voto del Parlamento europeo del 16 febbraio scorso e che non si concluderà   tanto presto nà© senza altri ostacoli sul suo cammino.

Una direttiva densa di proposte e di proteste

Ma quali le misure contenute nella proposta di direttiva che, non va dimenticato, è una legge-quadro europea dagli esiti vincolanti per tutti i Paesi membri? Per semplificare, due gli articoli decisivi e contestati: l’art. 2 che includeva nei servizi che possono circolare liberamente nei Paesi dell’UE praticamente tutto (sia i servizi di interesse generale, siano essi o meno di natura economica, come i servizi sociali e la sanità  ) e l’art. 16 che sottoponeva la prestazione temporanea di tali servizi nei Paesi di destinazione alle regole (sociali, fiscali, ambientali, ecc) del Paese di origine cui sarebbe spettato garantirne il rispetto. Un obiettivo, quello della libera circolazione dei servizi, sicuramente condivisibile per chi vuole una comunità   economicamente integrata, ma perseguito con criteri per molti inaccettabili e per fondate ragioni. La prima e fondamentale ragione, l’assenza di un’armonizzazione sociale e fiscale nei 25 Paesi che, attraverso l’applicazione delle regole del Paese di origine (caratterizzate da minori tutele e diritti), genererebbe inevitabilmente una concorrenza sleale sui mercati e una sciagurata competizione tra gli Stati membri, indotti ad abbassare le loro tutele per proteggere i propri servizi, molti dei quali di natura pubblica o semi-pubblica (come la sanità  ) e comunque tali da doverne garantire l’accesso e la qualità   a tutti i cittadini, a prescindere dalle loro condizioni economiche.
Il confronto in seno al Parlamento europeo si è in effetti concentrato su questi due articoli con il risultato di mantenere sostanzialmente le regole del Paese di destinazione per i servizi prestati fuori dal Paese di origine, nell’attesa di procedere ad una progressiva armonizzazione delle regole nell’UE e di escludere dalla lista dei servizi liberalizzati quelli relativi a energia elettrica, gas, acqua, trasporti, servizi sanitari e sociali, poste, banche, servizi finanziari e assicurativi ma non i servizi immobiliari e di costruzione, degli avvocati, ingegneri, architetti, notai, ecc.
E tuttavia, a questo punto. nulla è ancora deciso quanto all’esito finale della direttiva. La procedura prevede infatti che tocchi adesso ai Governi nazionali, mossi da interessi divergenti (favorevoli a regole severe molti Paesi dei 15, con minori tutele i 10 nuovi Paesi interessati ad accrescere le loro prestazioni all’esterno), prendere posizione sulla proposta modificata di direttiva che la Commissione europea presenterà   sulla base del voto del Parlamento europeo.
Come si vede, una vicenda complicata la cui importanza è tanto decisiva per il modello sociale europeo quanto ignorata dalla stragrande maggioranza dei cittadini, poco aiutati dai loro Governi a comprendere questa materia complessa. Anzi, per alcuni di essi in campagna elettorale meglio occultare un tema che imbarazza non poco chi fa professione di liberismo e nello stesso tempo vuol far credere di difendere le tutele sociali. Meglio non parlarne come capita spesso per le decisioni europee, così alla fine sarà   più facile dire che quelle misure le ha imposte Bruxelles. Cercando di far dimenticare nomi e cognomi di chi a Bruxelles, al Consiglio dei Ministri o nel Parlamento europeo, le ha sottoscritte. Cioè magari proprio gli stessi che da Roma ne attribuiscono la responsabilità   a Bruxelles.

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