Balcani in movimento, tra Serbia, Albania e Montenegro

Non si fermano le manifestazioni antigovernative che ormai da tre mesi a questa parte attraversano l’intera Serbia. Finora sempre pacifiche e senza l’intervento della polizia, Belgrado ha tuttavia vissuto l’ultimo fine settimana in modo più teso, con  scontri e arresti di alcune persone.

Le proteste e le rivendicazioni non sono da poco e si rivolgono, in particolare,  alla politica e alla deriva totalitaria del Presidente Aleksandar Vucic e ai suoi metodi autoritari che sfiorano la “dittatura”. I manifestanti lo accusano di soffocare l’emergere della democrazia, di reprimere la libertà d’espressione, di non lasciare spazi per lo sviluppo di un’opposizione e del pluralismo. Denunciano la mancanza di una convincente lotta alla corruzione e chiedono maggiore rispetto per lo stato di diritto.  

Di fronte a queste denunce e a un evidente malcontento popolare, il Presidente Vucic non sembra dimostrare apertura o intenzione di dialogo, usando termini e atteggiamenti duri e poco rispettosi nei confronti dei manifestanti e di un’opposizione che fa ancora fatica a identificarsi, composta, oggi, da forze deboli e molto eterogenee. Una cosa è tuttavia certa: i manifestanti e la società civile chiedono cambiamenti, esprimono un malcontento nei confronti del rispetto di valori che si avvicinano molto ai valori fondamentali dell’Unione europea, alla quale la Serbia vorrebbe aderire nel 2025. Ricordiamo qui che Aleksandar Vucic è stato eletto Presidente nel 2017, dopo un lungo percorso politico che lo ha portato dall’estrema destra ad una posizione proeuropea con la fondazione del Partito progressista serbo.

Ma, in questi primi mesi del 2019, si sono svolte manifestazioni anche in Albania, ultima in data quella del 16 marzo scorso. Manifestazioni un po’ meno pacifiche che in Serbia, guidate da un’opposizione più muscolosa che non ha esitato a dimettersi dal Parlamento e ad ostacolare il lavoro parlamentare. La richiesta principale dei dimostranti riguarda le dimissioni del Primo Ministro Edi Rama, accusato di corruzione e di torbidi legami con la criminalità organizzata.

Dietro queste manifestazioni si schiera tuttavia buona parte della popolazione albanese che scivola sempre più in un disagio economico e sociale evidente, che denuncia un sistema di potere concentrato nelle mani di poche persone e si sente sempre più esclusa dalle decisioni politiche che la riguardano. Edi Rama, socialista, è stato eletto per la prima volta nel 2013 e riconfermato con una maggioranza assoluta nel giugno 2017, sulla base di un programma di lotta alla corruzione e di riduzione delle disparità economiche e sociali del Paese. Malgrado una crescita economica del 4% e una significativa riforma del sistema giudiziario, è tuttavia sempre la corruzione e la criminalità organizzata a frenare uno sviluppo sostenibile dell’Albania.

Ad oggi, il dialogo politico interno è interrotto, e questo alla vigilia di importanti elezioni locali previste per il prossimo 30 giugno. Non solo, ma anche l’Albania è ufficialmente candidata, dal 2014, all’adesione all’Unione Europea e i Capi di Governo europei dovrebbero decidere nel prossimo giugno sull’apertura dei negoziati.

Infine, anche a Podgorica, capitale del Montenegro, la popolazione è scesa in piazza in questo fine settimana per protestare contro il Governo e contro il Presidente Milo Djukanovic. Le richieste non si discostano molto da quelle espresse a Belgrado e a Tirana, e cioé dimissioni dei dirigenti politici, accusati di corruzione e autoritarismo e nuove elezioni libere e democratiche. Dopo il recentissimo ingresso nella NATO,  il Montenegro continua i suoi negoziati di adesione all’Unione Europea, prevista, insieme alla Serbia, per il 2025.

Attraverso queste manifestazioni che si incrociano nei tre Paesi dei Balcani, è importante capire quali saranno i cambiamenti possibili sugli scenari politici e sulle loro conseguenze sulla stabilità della regione. Ad oggi, l’Unione Europea non ha dato segnali di particolare inquietudine al riguardo, anche se si tratta, oltre alla ricercata stabilità, di richieste di democrazia, di stato di diritto e di lotta alla corruzione.

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