Balcani e allargamento dell’Unione in tempo di guerra

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Il discorso del Presidente Macron all’indomani della sua rielezione in Francia e davanti al Parlamento europeo il 9 maggio scorso ha delineato il profilo di una futura “Comunità politica europea”, volta a riorganizzare un’Europa da un punto di vista politico e dalle dimensioni più ampie dell’attuale Unione Europea.

Nel contesto attuale, il pensiero corre immediatamente alle richieste di adesione all’UE di Ucraina, Georgia e Moldavia, ma interroga soprattutto sul futuro dei Paesi dei Balcani occidentali, ormai in lista d’attesa da circa vent’anni. Un lungo periodo in cui molte cose sono cambiate sulla scena internazionale, a partire dal grande interesse della Cina per questi Paesi, considerati terre di passaggio inevitabili per proseguire la “Nuova via della Seta” e raggiungere il cuore dell’Europa. 

Vent’anni in cui anche il livello di apertura e di convinzione da parte dell’Unione Europea non è mai stato veramente incoraggiante e il tema è stato e continua ad essere politicamente  divisivo. D’altra parte, a livello dei sei Paesi candidati all’adesione, Albania, Serbia, Montenegro, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina e Kosovo, sembra ancora lontana la realizzazione dell’obiettivo dell’integrazione economica regionale, della soluzione dei conflitti, in particolare in Kosovo e in Bosnia Erzegovina, del superamento dei conflitti identitari e del rispetto delle minoranze etniche, della costruzione della democrazia e dello stato di diritto e della lotta alla corruzione. 

Obiettivi ricordati in particolare dal fragile processo di Berlino, instaurato nel 2014, anno dell’annessione della Crimea da parte della Russia e dell’inizio della guerra nel Donbass e dai suoi vari Vertici UE/Balcani, ultimo in data quello di Brdo in Slovenia nello scorso ottobre. Vertici che, malgrado la preoccupante situazione di instabilità agli immediati confini orientali dell’Europa, rivelano tutta la perplessità ad accelerare l’adesione e ad accogliere nuovi Stati membri nell’Unione. Una perplessità e una preoccupazione alimentate dal fatto che alcuni di questi Paesi potrebbero rafforzare il campo illiberale di Ungheria e Polonia, minacciando in tal modo la tenuta dei valori e dell’unità europea. Rischi confermati, ad esempio, non solo dagli stretti rapporti instaurati fra Viktor Orban e il Presidente Vucic, vincitore quest’ultimo nelle recenti elezioni  presidenziali in Serbia, unico Paese europeo a sostenere senza mezzi termini o ambiguità il “fratello” Putin nella sua guerra all’Ucraina e Paese sempre più  incamminato verso un nazionalismo dai contorni oscuri. 

Un nazionalismo serbo che alimenta tensioni anche in Bosnia Erzegovina, dove Milorad Dodik, leader de facto della Repubblica Srpska (una delle due entità della Bosnia Erzegovina) agita da mesi la minaccia di secessione e non nasconde la sua ammirazione per Putin. Ma anche un nazionalismo serbo che continua a sognare di ritrovare i territori perduti dell’ex Jugoslavia, non solo in Bosnia, ma anche in Kosovo e Montenegro, magari proprio grazie al sostegno militare di Mosca.

Sono segnali inquietanti che la guerra in Ucraina ha rimesso in evidenza con forza,  dando tutta la misura della vulnerabilità dei Balcani Occidentali e della necessità di dare un nuovo impulso e una nuova strategia al processo di adesione dei sei paesi coinvolti. Un primo orientamento è stato illustrato recentemente dal Presidente del Consiglio europeo, delineando la possibilità di un’integrazione “più rapida, progressiva e graduale già durante il periodo di pre-adesione, con vantaggi socio-economici”. Significa un’adesione a tappe, in cui il Paese candidato, mano a mano che soddisfa determinati criteri, puo’ partecipare, a titolo consultivo, ai lavori settoriali delle Istituzioni europee e fruire dell’accesso a programmi e finanziamenti comunitari. Una strategia lungimirante che punta fin dall’inizio alla partecipazione dei Paesi candidati ai grandi dibattiti sulle sfide comuni, fino a raggiungere la piena adesione e l’integrazione. 

È tuttavia necessario che l’Unione Europea si esprima al più presto su una strategia rinnovata, coraggiosa nei Balcani, affinché non ritornino gli incubi di guerre passate e possa dotarsi di tutte le risorse politiche, economiche e  finanziarie per far fronte a nuove minacce. Appuntamento al prossimo vertice, previsto il 23 giugno prossimo.

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