Balcani: ai confini dell’Unione Europea. E dell’Italia

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Si è tenuto a Tirana il 6 dicembre scorso, il Vertice annuale tra i 27 Paesi dell’UE e i Balcani occidentali, il primo Vertice organizzato sul suolo di un Paese candidato all’adesione e in un contesto di guerra in Ucraina.

Un Vertice che aveva come obiettivo di segnare l’importanza di passi concreti, per l’Unione e per i sei Paesi dei Balcani, Serbia, Montenegro, Albania, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina e Kosovo, sul cammino verso l’integrazione europea e verso quella stabilità democratica oggi messa sempre più in pericolo. Si trattava soprattutto di ricucire e di rafforzare dei legami che andavano sempre più indebolendosi con il passare degli anni, di ridare forza, coerenza e concretezza a prospettive politiche sempre rimandate e mai sostenute, da parte dell’UE, da una visione strategica di lungo periodo. 

Si trattava soprattutto di ridare fiducia nell’UE a Paesi che dopo anni di fragili negoziati cominciavano a soffrire di incertezze sul loro futuro europeo e si faceva sempre più forte l’influenza di altre potenze quali la Cina, la Russia e la Turchia nella regione.  La guerra in Ucraina ha inoltre reso ancor più sensibile e urgente un chiarimento delle rispettive posizioni soprattutto dopo l’ambiguo risultato  del Consiglio europeo dello scorso giugno. In quell’occasione, l’Unione Europea aveva ulteriormente raffreddato i rapporti con i Balcani, ribaltando le carte delle regole e del percorso verso l’UE, conferendo a Ucraina e Moldavia lo statuto di Paesi candidati all’adesione, soffiando in tal modo sul fuoco della frustrazione balcanica e sul ricordo delle loro recenti e devastanti guerre. 

I temi all’ordine del giorno del Vertice erano quindi di grandi sensibilità, ma anche molto divisivi. Oltre alla prospettiva dell’adesione, ribadita senza calendario, all’apertura dei negoziati con Albania e Macedonia del Nord, le discussioni si sono concentrate sulla posizione dei Paesi dei Balcani in tema di politica estera e di sicurezza comune, sui rapporti tra Kosovo e Serbia e sul tema, alquanto spinoso, della migrazione attraverso la rotta balcanica.

Per quanto riguarda la politica estera e di sicurezza, l’attenzione si è concentrata in particolare sulla Serbia, Paese che non ha imposto sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina, mentre il  rapporto fra Serbia e Kosovo, sempre conflittuale, continua a minacciare la stabilità dell’intera regione. 

Per quanto riguarda la questione migranti, strettamente legata al tema dell’allargamento dell’UE, il Vertice di Tirana è stato occasione per mettere in evidenza quanto siano aumentati i flussi migratori attraverso la rotta balcanica, flussi che superano  di gran lunga i flussi che attraversano il Mediterraneo centrale. Un tema sul quale Bruxelles, già in affanno al suo interno in mancanza di una politica comune lungimirante e solidale, ha chiesto controlli più severi alle frontiere, collaborazione nei respingimenti e rimpatri e politiche dei visti d’ingresso più rigide.

Poco di nuovo quindi ai confini orientali dell’Unione, così come niente di nuovo, in materia di migrazioni, da quel Vertice Euromediterraneo di Alicante, tenutosi il 9 dicembre scorso,  che doveva concentrarsi sulle principali sfide nella regione. Al riguardo, i flussi migratori non erano nemmeno all’ordine del giorno.

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