Aspettando la Germania

Tra poco saranno passati quattro mesi dalle elezioni tedesche del 24 settembre scorso e ancora non c’è un governo sicuro all’orizzonte. Se andrà bene potrebbe esserci per Pasqua, se andranno male le trattative in corso tra i conservatori e i socialdemocratici salirebbe il rischio di nuove elezioni e allora lo scenario per l’Europa cambierebbe radicalmente.

Facciamo un passo indietro per capire meglio quello che ci aspetta. Il 2017 era stato vissuto come un anno di transizione elettorale, con lo spettro incombente di una travolgente ondata euroscettica che minacciava il futuro dell’Unione Europea. A marzo una prima confortante rassicurazione era venuta dall’Olanda, seguita a maggio dal largo successo di Emmanuel Macron in Francia, tanto nelle elezioni presidenziali che in quelle parlamentari. La partita segnava un due a zero in favore dell’UE, in attesa di una tripletta attesa dalla Germania a settembre. Non è andata proprio così. Il voto tedesco ha sì confermato la leadership di Angela Merkel, ma indebolendola all’interno del proprio schieramento e nel negoziato per la formazione del nuovo governo. Dopo un primo e infruttuoso tentativo di aggregare una coalizione con i Verdi e i liberali, Angela Merkel è tornata al tavolo con i socialdemocratici di Martin Schulz, reduce anch’esso da una dura sconfitta elettorale che lo aveva indotto, la sera stessa del voto, ad annunciare il passaggio del suo partito all’opposizione.

La settimana scorsa le due parti sono giunte a un pre-accordo, apprezzato tanto a Bruxelles che a Parigi e Roma, ma che ha lasciato perplessi ampi settori del partito socialdemocratico, chiamato ad esprimersi in occasione di un Congresso straordinario il 21 gennaio, in un clima che vede ancora una maggioranza dei suoi elettori contrari all’accordo raggiunto.

Continua così l’attesa dell’Unione Europea che, in quell’accordo, trova motivo di speranza per un rilancio del processo di integrazione, favorito da un orientamento espansivo della politica economica tedesca e dalla disponibilità ad accogliere le proposte francesi – e italiane – in merito alla creazione di un Fondo monetario europeo, in vista di poter contare su un ministro europeo delle finanze, e di un rafforzamento del bilancio comunitario.

Nel frattempo prosegue il processo di rafforzamento della cooperazione franco-tedesca che troverà una traduzione il prossimo 22 gennaio con le risoluzioni congiunte dei due Parlamenti in occasione dei 55 anni del Trattato dell’Eliseo, firmato allora da Adenauer e De Gaulle. Un Trattato di cooperazione che potrebbe ispirare un possibile Trattato del Quirinale, come annunciato da Macron, da concordare entro l’anno con Roma.

Resta da capire a quali forze politiche gli elettori italiani affideranno questo compito di far tornare l’Italia protagonista, anche se non di prima grandezza, nel rilancio del processo di integrazione europea che si sta scaldando i muscoli ai nastri di partenza, sulle due sponde del Reno. Per l’Italia è un’occasione da cogliere grazie a stabilità politica e rigore finanziario: due condizioni che non sembrano per ora intravvedersi nella campagna elettorale in corso, più orientate a promesse fuori misura che ad impegni credibili e praticabili nello stato attuale delle finanze pubbliche. Per capirlo non c’era bisogno né dei richiami di ieri della Commissione europea, né delle piroette politiche di Tajani, da tempo più politico di parte italiano che presidente del Parlamento europeo.

C’è ancora tempo per i politici di ravvedersi e per gli elettori di valutare le proposte e i personaggi che se ne fanno portatori, sperando che quelli di “razza bianca padana” rivedano almeno il loro vocabolario, in attesa di rivedere le loro politiche. Sapendo che dall’esito elettorale del 4 marzo dipende il futuro dell’Italia in Europa e dell’Europa in Italia.

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