La banalità del bene: Livia Laverani Donini

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Prendendo spunto dal celebre libro di Hannah Arendt “La banalità del male”, questa rubrica vuole essere una provocazione al contrario, con l’obiettivo di narrare storie di eroici personaggi più o meno contemporanei che hanno segnato la storia per i loro sacrifici e la loro immolazione a favore di un progresso umano. La rubrica mensile vuole essere un atto di descrizione di come il bene possa esistere, e il titolo vuole essere una provocazione per dimostrare come la ricerca del progresso non sia banale, ma, al contrario, di come possa essere un umano atto eroico.

 

“Non posso restare inattiva (…) né posso attendere che il mondo che io desidero mi venga offerto con il sacrificio degli altri senza ch’io contribuisca nel limite delle mie forze”

(Livia Laverani Donini- scritto per la chiusura del corso della Scuola di partito del Pci nel 1955)

 

Biografia

Livia Laverani Donini fu una donna antifascista, partigiana combattente, dirigente comunista e consigliere di amministrazione dell’Ospedale Ostetrico Ginecologico Sant’Anna di Torino.

Nacque nel 1917 a Castelfranco Veneto da una famiglia socialista e antifascista, il padre infatti perse il lavoro come ferroviere proprio a causa del suo rifiuto ad iscriversi al Partito Nazionale Fascista. Anche il fratello venne arrestato all’età di 16 anni come “testimone reticente” ad un processo contro i presunti aggressori di un fascista e rimase in carcere per tre anni, ma anche in seguito alla sua liberazione venne trattenuto per misure preventive ogni volta che un gerarca fascista di muoveva.

La lotta politica segnò la vita di Livia già nella tenera età, già nel 1927, infatti, tutta la famiglia fu sfrattata a causa dei loro precedenti politici. Dopo essersi rifiutata di cantare le canzoni durante una visita di Mussolini nella sua scuola Livia dovette ritirarsi e continuare gli studi da privatista.

Terminati gli studi Livia si sposò ed ebbe due figli, ma avrà un matrimonio breve in quanto perse il marito sul fronte russo durante la Seconda Guerra Mondiale, fatto che segnò per sempre la sua vita.

Livia diventò così una partigiana combattente tra gli Autonomi e con lei portò sempre anche i due bambini. Nel 1944 ebbe i suoi primi contatti con le formazioni partigiane e iniziò a partecipare ai combattimenti. A seguito di uno scontro si rifugiò con il comando a Consovera con i suoi bambini per non lasciarli esposti a rappresaglie. Qui vissero fino alla Liberazione, quando il 29 aprile Livia entrò a Mondovì con i partigiani e partecipò al Comando della Piazza militare della città.

Finita la guerra Livia si trasferì a Torino e nel 1953 si iscrisse al Partito Comunista Italiano.

Nel dopoguerra diventò militante e dirigente del Pci Torinese, dedicando la maggior parte del suo tempo al miglioramento delle condizioni di vita delle classi lavoratrici e in special modo alle donne. Non sempre in linea con le azioni del partito, Livia non lesinò l’esposizione dei suoi pareri. Quello che non perdonò è proprio la politica verticistica, il comportamento da leader di opinione assunto dai dirigenti, l’ampliamento dell’apparato e la mancanza di ricambio di persone ai vertici del partito. Le sue posizioni la portarono a frequenti scontri, senza però mai perdere la forza di lottare in nome della fedeltà delle proprie convinzioni e della difesa delle “libertà che non si misurano sul rifiuto di adeguarsi all’opinione della maggioranza – del cui giudizio non è detto che ci importi molto, delle cui ragioni possiamo diffidare” (dalla prefazione di Anna Bravo: Compagna Livia, edizioni SEB27, 2015).

Durante la sua attività di consigliere di amministrazione dell’Ospedale Ostetrico Ginecologico Sant’Anna di Torino ebbe un ruolo decisivo nell’istituzione del Day Hospital, introducendone così il primo esempio in Italia.

Il 13 gennaio 1982 Livia Laverani Donini morì in seguito ad un cancro.

 

“Noi siamo state tirate per far guerra alla guerra. Solo questo ha potuto giustificarlo. Né l’amore per l’avventura, né il bisogno di affermare il coraggio fisico, e né abbiamo avuto tanto. Ma quello che (i miei compagni) chiamano coraggio era paura”

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