Arrestato Mladiàƒâ€žà¢â‚¬¡: per la Serbia prima ancora che per l’Europa

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La cattura del generale serbo Ratko Mladic, trovato in casa di un lontano cugino a Lazarevo, un villaggio della Voivodina, (nordest della Serbia), ha dato il via alle dichiarazioni dei massimi rappresentanti delle istituzioni comunitarie e delle autorità   serbe e a ipotesi sui prossimi passi procedurali che porteranno il presunto responsabile del massacro di Srebrenica nel carcere di Scheveningen e davanti al Tribunale Penale Internazionale dell’Aia per i crimini commessi nella ex Jugoslavia.
Il primo a parlare è stato il presidente della Commissione Europea Manuel Barroso che il giorno stesso dell’arresto si è complimentato con il presidente serbo Boris Tadic e con il suo governo auspicando il rapido trasferimento di Mladiàƒâ€žà¢â‚¬¡ all’Aia dal momento che «tale collaborazione rimane elemento essenziale per le prospettive serbe di ingresso nell’UE».
Dello stesso tenore sono state, il giorno dopo, le parole di Catherine Ashton, alto rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza Comune che, essendo a Belgrado, ha potuto «congratularsi personalmente» con il presidente Tadic in un giorno «molto importante per la giustizia internazionale e per lo Stato di diritto».
Anche il commissario all’Allargamento àƒâ€¦à‚ tefan Fà ¼le si è congratulato con le autorità   e con i cittadini serbi per quello che ha definito «un grande giorno per la Serbia, per i Balcani occidentali e per tutti noi», sostenendo che l’arresto di Mladiàƒâ€žà¢â‚¬¡ rappresenti la rimozione di «un grande ostacolo sulla strada della Serbia verso l’UE».
àˆ indubbiamente vero che l’arresto del Generale è una «pietra miliare» per il completamento di quell’integrazione europea dei Balcani cominciata con il Consiglio Europeo tenutosi nel 2000 a Santa Maria de Feira (Portogallo) e proseguita negli anni successivi fino a portare la Slovenia ad essere Stato membro dell’UE, la stessa Serbia (insieme a Bosnia Erzegovina e Kosovo) ad essere Paese «potenziale candidato» e gli altri Stati della ex Jugoslavia (Croazia, ex Repubblica Jugoslava di Macedonia e Montenegro) ad esser Paesi candidati all’ingresso nell’UE, ma leggere il recente avvenimento soltanto da questo punto di vista lo priverebbe di una parte della propria rilevanza.
Per questa ragione, forse, il presidente serbo, lo stesso che ha affrontato la delicata questione del Kosovo trovando una difficile posizione di equilibrio tra negazione e riconoscimento con una costante presenza al tavolo del dialogo, lo stesso degli sforzi di riconciliazione con la Bosnia (ad esempio essendo presente alle commemorazioni del decennale del massacro di Srebrenica) o con la Croazia (ad esempio in occasione dell’incontro con il presidente croato Ivo Josipoviàƒâ€žà¢â‚¬¡ nella cittadina di Vukovar, luogo simbolo del conflitto tra Serbia e Croazia), dice oggi, commentando l’arresto di Mladiàƒâ€žà¢â‚¬¡: «lo abbiamo fatto per noi», spiegando che il suo governo ha iniziato a lavorare per l’arresto di Mladic all’indomani dell’insediamento. «Abbiamo chiuso questo capitolo con Ratko Mladic per noi stessi e non per farne una moneta di scambio qualunque» ha detto ancora Tadic in un’intervista a «France 24».
Sono parole forti quelle di Tadic, in cui si puಠleggere il desiderio di un’intera classe politica, e forse di una generazione, di chiudere definitivamente con il passato e con le pesanti responsabilità   serbe nelle guerre che hanno insanguinato i Balcani dal 1991 (Slovenia) al 1999 (intervento NATO in Kosovo); aprendo una stagione di «normalità  » e di stabilità  , in cui le autorità   civili hanno il controllo sui militari e in cui le istituzioni democratiche e la società   civile rispondono con fermezza a manifestazioni di piazza come quelle dei nostalgici che, all’indomani dell’arresto hanno manifestato il loro «sostegno» a Mladic (che nega ogni responsabilità   nel massacro di Srebrenica) per le strade di Belgrado.
àˆ questa «riacquisita normalità  ” che avvicinerà   Belgrado a Bruxelles: non un’azione di polizia che consente l’arresto di un criminale ma un lavoro politico e culturale insieme che pone come valori fondanti di uno Stato moderno la pace e la stabilità   democratica, come fu per Francia e Germania – che attorno a loro aggregarono anche l’Italia e il BENELUX – quando il processo di integrazione europea cominciಠ(1950) e come fu negli anni a venire (1981 – 1986) per Grecia, Spagna e Portogallo che si liberarono delle dittature militari e come fu per tutti i Paesi dell’ex blocco sovietico che tra il 2004 e il 2007 raggiunsero l’UE aprendone le porte con le chiavi della pace, della stabilità   democratica e dello Stato di diritto.

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